Nonostante le minacce piovose di una primavera poco consona alle uscite fuori porta forziamo la mano e decidiamo di osare la gita a Tivoli per vedere Villa D'Este. Ci sono stato in quinta elementare ed è ora di ritornarci. Le nuvole danno contribuiscono a dare una luce argentata al paesaggio. La villa è situata nella parte alta del paese accanto al centro storico. Non si fa fatica a raggiungerla, ma occorre chiedere qualche informazione ai passanti. La dimora estense è introdotta da una piazzetta con una bella chiesetta che sembra antica, ma non siamo qui per questo, casomai dopo. Veniamo al palazzo che è imponente ed ampiamente decorato. C'è un bel chiostro appena si entra, ma visto il tempo è meglio scendere giu' per visitare il giardino. Da una bella scala con loggia si arriva in quello che già dall'alto appare come un bel posto dove scorrazzare su e giu' come amava fare Ippolito D'Este. Scegliamo un percorso, tra i tanti possibili e scopriamo una ad una le tante fontane, aiuole e statue. Ce n'è una enorme,la fontana dell'Organo, con maestose decorazioni barocche dalla quale ad orari predeterminate esce una musichetta graziosa. Zampilli, getti, gorgoglii di acque da ogni dove. C'è bisogno di una mezz'oretta per visitarle tutte, ma è piacevole restarci un pò di piu'. Così si gira tra personaggi mitologici con la fontana di Nettuno, quella di Proserpina o quella tettuta della Dea Natura. Si giunge quindi alla Rometta, la dea Roma, con la Lupa e una bella barca molto scenografiche. Infine si percorre il corridoio delle cento fontane, ma di fretta che qualche goccia inizia a cadere. Dopo avere faticosamente ripercorso le ripide scale che ci riportano al palazzo del cardinale, torniamo ad approfondire il giro delle sale affrescate e terminiamo, visto che fuori c'è il diluvio con il video della casa sulla storia di Villa d'Este. Non male. Il diluvio continua ancora e la strada verso casa diventa un'avventura, scarsa visibilità, grandine e pozzanghere, ma a Roma ci aspetta il sole.
4.6.10
Fontane e acquazzoni
Gita a villa d'Este

Nonostante le minacce piovose di una primavera poco consona alle uscite fuori porta forziamo la mano e decidiamo di osare la gita a Tivoli per vedere Villa D'Este. Ci sono stato in quinta elementare ed è ora di ritornarci. Le nuvole danno contribuiscono a dare una luce argentata al paesaggio. La villa è situata nella parte alta del paese accanto al centro storico. Non si fa fatica a raggiungerla, ma occorre chiedere qualche informazione ai passanti. La dimora estense è introdotta da una piazzetta con una bella chiesetta che sembra antica, ma non siamo qui per questo, casomai dopo. Veniamo al palazzo che è imponente ed ampiamente decorato. C'è un bel chiostro appena si entra, ma visto il tempo è meglio scendere giu' per visitare il giardino. Da una bella scala con loggia si arriva in quello che già dall'alto appare come un bel posto dove scorrazzare su e giu' come amava fare Ippolito D'Este. Scegliamo un percorso, tra i tanti possibili e scopriamo una ad una le tante fontane, aiuole e statue. Ce n'è una enorme,la fontana dell'Organo, con maestose decorazioni barocche dalla quale ad orari predeterminate esce una musichetta graziosa. Zampilli, getti, gorgoglii di acque da ogni dove. C'è bisogno di una mezz'oretta per visitarle tutte, ma è piacevole restarci un pò di piu'. Così si gira tra personaggi mitologici con la fontana di Nettuno, quella di Proserpina o quella tettuta della Dea Natura. Si giunge quindi alla Rometta, la dea Roma, con la Lupa e una bella barca molto scenografiche. Infine si percorre il corridoio delle cento fontane, ma di fretta che qualche goccia inizia a cadere. Dopo avere faticosamente ripercorso le ripide scale che ci riportano al palazzo del cardinale, torniamo ad approfondire il giro delle sale affrescate e terminiamo, visto che fuori c'è il diluvio con il video della casa sulla storia di Villa d'Este. Non male. Il diluvio continua ancora e la strada verso casa diventa un'avventura, scarsa visibilità, grandine e pozzanghere, ma a Roma ci aspetta il sole.
Nonostante le minacce piovose di una primavera poco consona alle uscite fuori porta forziamo la mano e decidiamo di osare la gita a Tivoli per vedere Villa D'Este. Ci sono stato in quinta elementare ed è ora di ritornarci. Le nuvole danno contribuiscono a dare una luce argentata al paesaggio. La villa è situata nella parte alta del paese accanto al centro storico. Non si fa fatica a raggiungerla, ma occorre chiedere qualche informazione ai passanti. La dimora estense è introdotta da una piazzetta con una bella chiesetta che sembra antica, ma non siamo qui per questo, casomai dopo. Veniamo al palazzo che è imponente ed ampiamente decorato. C'è un bel chiostro appena si entra, ma visto il tempo è meglio scendere giu' per visitare il giardino. Da una bella scala con loggia si arriva in quello che già dall'alto appare come un bel posto dove scorrazzare su e giu' come amava fare Ippolito D'Este. Scegliamo un percorso, tra i tanti possibili e scopriamo una ad una le tante fontane, aiuole e statue. Ce n'è una enorme,la fontana dell'Organo, con maestose decorazioni barocche dalla quale ad orari predeterminate esce una musichetta graziosa. Zampilli, getti, gorgoglii di acque da ogni dove. C'è bisogno di una mezz'oretta per visitarle tutte, ma è piacevole restarci un pò di piu'. Così si gira tra personaggi mitologici con la fontana di Nettuno, quella di Proserpina o quella tettuta della Dea Natura. Si giunge quindi alla Rometta, la dea Roma, con la Lupa e una bella barca molto scenografiche. Infine si percorre il corridoio delle cento fontane, ma di fretta che qualche goccia inizia a cadere. Dopo avere faticosamente ripercorso le ripide scale che ci riportano al palazzo del cardinale, torniamo ad approfondire il giro delle sale affrescate e terminiamo, visto che fuori c'è il diluvio con il video della casa sulla storia di Villa d'Este. Non male. Il diluvio continua ancora e la strada verso casa diventa un'avventura, scarsa visibilità, grandine e pozzanghere, ma a Roma ci aspetta il sole.
31.5.10
Dura la vita, ma indietro non si torna
La nostra vita di Daniele LucchettiAncora una volta un bel film di Lucchetti. Ci piace sempre quest'autore che ha sempre uno sguardo sincero sulla realtà che rappresenta. Questa volta si sposta nella nuova periferia urbana, la Roma di Ponte di Nona, un quartiere enorme nato in pochi anni attorno ad un centro commerciale. Un quartiere di case nuove neanche troppo brutte che non può far di certo pensare alle degradate periferie del dopoguerra, ma di quelle conserva la lontananza con la centralità amministrativa. Difatti qui non c'è una scuola, una fermata del treno, una caserma dei carabinieri e raggiungere Roma è impegnativo. La città, a causa della speculazione edilizia, si svuota, alimentando questi nuovi quartieri senza servizi. "La nostra vita" oltre a ciò osserva la condizione del lavoro in questi grandi cantieri, popolati di imprenditori senza scrupoli e lavoratori, in gran parte extracomunitari, sfruttati. In questo contesto si installa la storia del bravissimo Elio Germano alle prese con una tragedia immane. Tutto viene sconvolto, il lavoro, la famiglia, il rapporto con gli altri. Ma la vita va avanti ed in qualche modo bisogna pur campare. L'iniziale traccia di commedia proletaria, c'è qualche battuta, si fa qualche risata, lascia spazio ad un film duro da digerire e forte da vivere. E il regista riesce a non far sentire troppo la sua mano, lasciandoci vivere la realtà cosi com'è, senza tesi precostituite da proporre. Molto bravi tutti gli attori, utilizzati a volte in ruoli per loro atipici, come Raoul Bova alle prese con un giovanotto timido, con difficoltà nell'approccio con l'altro sesso, o Luca Zingaretti in quello di un simpatico usuraio disabile, alla sempre brava Ragonese che purtroppo termina subito la sua parte, fino al bravissimo ragazzo rumeno che ha un personaggio chiave nella storia. Attraverso gli occhi di questo giovane, che conserva uno sguardo puro sul mondo, si ha un punto di vista piu' umano e meno corrotto dallo stile di vita moderno. Una speranza per il futuro.
24.5.10
Architettura fascista
Visita all'Inps e all'EurOgni volta che arrivo all'Eur provo un'emozione. Dopo l'ultima curva della Cristoforo Colombo che anticipa piazza Marconi si apre uno scenario di grande impatto. Le bianche costruzioni che si ingrandiscono a mano a mano che ci avviciniamo sono un set cinematografico ideale. Questa volta non andiamo al Palazzo dei Congressi come ci capita ad esempio a marzo, per l'iscrizione alla maratona di Roma o a dicembre, per la fiera della piccola e media editoria. La scusa di questa volta è una speciale visita al palazzo dell'INPS. In questo fine settimana è possibile visitare la sede storica con una collezione di dipinti di proprietà dell'ente. Per la verità queste tele non sono granchè, pezzi del 1963 acquisiti per un concorso per giovani autori e qualche altra opera piu' antica, ma di poco migliore. Quello che ci interessa è la struttura in sè, a livello architettonico. Della visita ricordiamo la sala riunione rotonda con l'ampia vetrata che da su Piazza Marconi, le scale di metallo, le rifiniture con la scritta inps, gli ampi corridoi, i marmi con i bassorilievi presenti all'esterno, ed alcuni interessanti mosaici dell'epoca. E pensare che durante il fascismo si è costruito con un certo criterio e "gusto" che può non piacere, ma ha una sua logica. Se decontestualizziamo le opere del ventennio dimenticandoci del duce (operazione quasi impossibile) le possiamo valutare da un punto di vista estetico urbanistico, osservando il grande rigore formale, la maestosità, la bellezza decadente. Il quartiere dell'esposizione mancata del '42 è il massimo livello dell'architettura razionalista che, già presente in Italia in epoca Giolittiana, sicuramente durante il fascismo ha avuto modo di esplicarsi adeguandosi allo stile celebrativo del regime, ma rimanendo comunque interessante. Non inoltriamoci in diquisizioni tra l'architettura e la storia e la sociologia, ma proseguiamo con la nostra passeggiata, uscendo dalla mostra, attraversando il mercatino di antiquariato allestito davanti all'affascinante palazzo della civiltà e del lavoro. Chi è appassionato di queste chincagliere avrà facilità nel trovare qualche oggettino da incamerare. Noi guardiamo e passiamo oltre, saltando il caffè Palombini, quello dei fighetti, e raggiungendo l'argine interno del laghetto artificiale dell'Eur. Ma fa troppo caldo....
18.5.10
Consenso e potere
Draquila di Sabina GuzzantiHa avuto un tappeto rosso stesogli innanzi dalle polemiche che, dal tempo della preparazione del film fino alle dichiarazioni dell'insulso Bondi, si sono scatenate a riguardo. Ma il successo di Draquila non è solo dovuto al marketing televisivo. Esso è un buon lavoro anche dal punto di vista artistico, oltre che giornalistico e satirico. La Guzzanti ha realizzato un film alla maniera di Michael Moore, cioè un'inchiesta forte, con delle tesi pesanti, chiare, che si leggono spesso sui giornali ma che lei è riuscita a sintetizzare con delle immagini significative. Draquila infatti non è solo un film su L'Aquila e sull'autoritaria gestione del terremoto da parte della protezione civile. La tesi è piu' generale : c'è un sistema di potere instaurato dal presidente del consiglio che attaverso eventi quali il terremoto trova modo per fare affari e allo stesso momento ottenere consenso. Per Berlusconi, il terremoto è stata una manna dal cielo per risalire nei sondaggi dopo il caso Noemi. Inoltre, ancora una volta, si è scatenata la macchina della Protezione civile e sono stati dati «poteri speciali all'uomo speciale» Guido Bertolaso, il braccio operativo del presidente del Consiglio. Efficienza e affari. Tutto senza che i cittadini aquilani siano stati mai stati consultati sul destino proprio e della propria città. Tutte queste tesi sono state ampiamente scritte sui giornali seri, ma riassunte e ordinate, assemblate con sagacia in un film documento che utilizza anche la satira per rendere piu' digeribile l'amara medicina è di importante incisività. E forse la brava artista, che ha spesso le porte chiuse in faccia sul piccolo schermo, ha trovato l'occasione di dire la sua, oltre che una maniera che piu' le si confà per esprimere tutto il suo valore.
3.5.10
Giovani dentro
Concertone del primo maggio
Il primo maggio è molto adatto alla scampagnata, all'uscita fuori porta, o ad un viaggio di piu' giorni sfruttando, se capita, un ponte. Ma se, per un motivo o per un altro, per noia o per lavoro si rimane in città, una capatina al concertone non è una pessima idea. L'occasione è anche buona per fare due passi dalle parti de via Merulana, quella der Pasticciaccio, o svirgolare un pò verso l'Esquilino. Si va nel tardo pomeriggio che sennò non si regge fino a sera. Fa sempre uno strano effetto tuffarsi in questo mondo fatto di musica che si sente da un chilometro di distanza, da una marea umana che si muove, beve, fuma e fa pipì. Da una parte una serie di furgoncini che riscaldano montagne di panini con salsiccia, nella calca una mandria di ambulanti che si fanno strada energicamente trasportando un carretto di lattine e ghiaccio . Gente ubriaca, fumata, tatuata, inanellata, griffata, quasi tutti ragazzini o poco piu'. L'eccesso è giovane si sa. Si ha il tempo di ascoltare qualche scampolo di un gruppo sconosciuto che si va in pausa. Questa è l'occasione per fuggire un pò dal caos, e se ne sente il bisogno nonostante si stia ai margini della piazza. Rifocillati e ristorati mentalmente si torna al concertone in un'atmosfera che nel frattempo è cambiata. Ci accorgiamo del palco e degli schermi luminosi installati che lo rendono uno dei piu' belli degli ultimi tempi. L'effetto è molto piacevole e il primo artista, Paolo Nutini, canta qualcosa di allegro che rende festosa la serata. A seguire Carmen Consoli che a me non è mai dispiaciuta e dal vivo è sempre brava. Ci guardiamo attorno, l'età media è cresciuta e l'oscurità attenua le differenze. Finalmente i Baustelle, che riescono ad essere orecchiabili e raffinati allo stesso tempo, si inizia a cantare a voce alta. E poi l'exploit di Vinicio Capossela che come sempre allestisce quello che non è un semplice concerto ma una rappresentazione in musica. Coinvolti dalla musica, si salta, si balla, si canta, si suda, ci si emoziona. Una bella serata, peccato che i tram terminano presto il loro servizio.
Il primo maggio è molto adatto alla scampagnata, all'uscita fuori porta, o ad un viaggio di piu' giorni sfruttando, se capita, un ponte. Ma se, per un motivo o per un altro, per noia o per lavoro si rimane in città, una capatina al concertone non è una pessima idea. L'occasione è anche buona per fare due passi dalle parti de via Merulana, quella der Pasticciaccio, o svirgolare un pò verso l'Esquilino. Si va nel tardo pomeriggio che sennò non si regge fino a sera. Fa sempre uno strano effetto tuffarsi in questo mondo fatto di musica che si sente da un chilometro di distanza, da una marea umana che si muove, beve, fuma e fa pipì. Da una parte una serie di furgoncini che riscaldano montagne di panini con salsiccia, nella calca una mandria di ambulanti che si fanno strada energicamente trasportando un carretto di lattine e ghiaccio . Gente ubriaca, fumata, tatuata, inanellata, griffata, quasi tutti ragazzini o poco piu'. L'eccesso è giovane si sa. Si ha il tempo di ascoltare qualche scampolo di un gruppo sconosciuto che si va in pausa. Questa è l'occasione per fuggire un pò dal caos, e se ne sente il bisogno nonostante si stia ai margini della piazza. Rifocillati e ristorati mentalmente si torna al concertone in un'atmosfera che nel frattempo è cambiata. Ci accorgiamo del palco e degli schermi luminosi installati che lo rendono uno dei piu' belli degli ultimi tempi. L'effetto è molto piacevole e il primo artista, Paolo Nutini, canta qualcosa di allegro che rende festosa la serata. A seguire Carmen Consoli che a me non è mai dispiaciuta e dal vivo è sempre brava. Ci guardiamo attorno, l'età media è cresciuta e l'oscurità attenua le differenze. Finalmente i Baustelle, che riescono ad essere orecchiabili e raffinati allo stesso tempo, si inizia a cantare a voce alta. E poi l'exploit di Vinicio Capossela che come sempre allestisce quello che non è un semplice concerto ma una rappresentazione in musica. Coinvolti dalla musica, si salta, si balla, si canta, si suda, ci si emoziona. Una bella serata, peccato che i tram terminano presto il loro servizio.
26.4.10
Acropoli ciociare
Gita ad Alatri e FerentinoCerchiamo una nuova meta per la gitarella fuori porta domenicale. In ambito laziale abbiamo battuto quasi tutto il battibile, ma pensa che ti ripensa anche questa volta riusciamo a trovare dei posti da "studiare". Ci spingiamo in Ciociaria per scoprire due cittadine collocate su acropoli di tradizione greca. Alatri ha una disposizione estremamente adatta per una visita turistica. Basta trovare un parcheggio poco fuori dal centro storico e proseguire a piedi tra vicoli e palazzi. La tappa obbligata è la cima dell'acropoli, una vasta area sopraelevata su un colle sorretta da antichissime mura megalitiche molto ben conservate. Notevole la porta maggiore costituita da pietre gigantesche, ma trova attrazione anche la porta minore detta dei "falli" per delle, ormai deteriorate, rappresentazioni inneggianti alla fertilità. Oltre al panorama che offre la vista dall'alto, si può entrare in cattedrale che però non è il massimo visto che è il risultato di un restauro settecentesco. Dopo aver percorso a girotondo la base dell'acropoli, si può scendere nella bellissima piazza Santa Maria Maggiore. Su questa piazza sorgono due chiese ed il municipio, la trecentesca Santa Maria Maggiore ne costituisce il fulcro con il suo notevole rosone gotico. Alatri è molto ben curata e ristrutturata per benino. Al contrario Ferentino è una cittadina piu' cadente, decrepita, ma non per questo ha meno fascino, anzi. Anch'essa è collocata su un colle e possiede un'acropoli. Partiamo dal solito punto a caso ed entriamo a piedi attraverso una delle stradine lastricate che ci portano al centro storico. La prima felice sosta è un bar carino che serve un ottimo caffè. Proseguendo incontriamo una bella piazzetta, piazza Matteotti con un mercatino assai interessante. Di qui si aprono molte possibilità, si può salire, scendere o zigzagare. Scendiamo verso quella che l'indicazione turistica indica come "Porta Sanguinaria". Tra palazzine vetuste, poco o niente restaurate, giungiamo alla chiesa, anche qui, di Santa Maria Maggiore che, anche se in un angusta posizione, è molto suggestiva. E' in stile gotico-cistercense ed è interessante anche l'interno. Proseguendo sotto si giunge alla porta maggiore una costruzione antichissima ma il luogo circostante sembra quasi una discarica. Risalendo e riscendendo le stradine verso il teatro romano ci si imbatte in un quartiere di grande fascino popolato di gatti e di palazzine pericolanti. Non so se ristrutturandolo, trasformandolo cioè in attrazione turistica, conserverebbe la bellezza che è insita nelle cose vissute. Andiamo oltre e raggiungiamo la cosiddetta porta Sanguinaria, costruzione antica ristrutturata dai romani e nel medioevo e se ne vedo le tracce. Da qui si domina la valle del fiume Sacco. A questo punto si può solo risalire per raggiungere l'Acropoli, che a Ferentino è meno imponente di quella di Alatri, ma molto piu' ripida. In cima, oltre ad un tetro carcere, c'è una bella chiesa del 1100 dedicata a San Giovanni e Paolo. Una piccola sosta e si ridiscende dall'altro lato, incontrando quasi per caso un mercato Romano; ci fermiamo un attimo, è in corso di installazione una mostra fotografica su una missione umanitaria a Sarajevo durante la guerra, e ci meravigliamo di quante sorprese riserva questa cittadina.
Dunque Alatri piu' elegante, ma Ferentino piu' misteriosa.
12.4.10
Oltre Romeo e Giulietta
La terra sotto i suoi piedi di Salman RushdieHo superato la paura che avevo di intraprendere letture di libri pesanti (nel senso della massa). Settecento pagine e piu' per "La terra sotto i suoi piedi" in tempi lontani le avrei rimandate a data da destinarsi. E così ho fatto per anni. Ma ora non ho piu' paura, anzi ora so che solo un libro grande può essere un grande libro. Ovviamente non basta, ma se uno scrittore è bravo e riesce a mantenere alto il livello della narrazione, la lettura ti resta appiccicata addosso anche molto tempo dopo la parola "FINE". Salman Rushdie, scrittore indiano, famoso per la storia della fatwa, ha realizzato un libro che è uno sterminato mondo di parole, di filosofie di vita, di ritmi rock, di personaggi bizzarri, di assurdità fantastiche. Oriente contro occidente, il mondo terreno contro quello ultraterreo, il mito contro il reale. E l'amore che vince sempre.... Perchè prima di tutto, il romanzo è una storia d'amore alla "Romeo e Giulietta", tempestata di riferimenti mitologici antichi e moderni. L'archetipo da cui trae origine è la storia oraziana di Orfeo e Euridice, sia per la presenza del terzo incomodo, tale Rai Merchant, il triangolo non l'avevo considerato, sia per la ricerca dell'amore fin dopo la morte, nell'aldilà. Gli iperuranici protagonisti Ormus Cama e Vina Apsara sono insuperabili per bellezza e armonia. Musicisti senza pari, muovono folle deliranti, fascino, carisma, trasgressione. Chi se non loro destinati a questo "folle" amore. Si incontrano, si perdono, si ritrovano, rimangono casti (fra loro) per dieci anni fino al matrimonio, e poi di nuovo appaiono distanti per l'isolamento di Ormus fino alla morte di Vina, nel terremoto di Città del Messico, ma non è ancora finita, l'amore va oltre. Tanti, troppi spunti in questo che è un romanzo infinito e strabarocco, che si svolge in tre città simboliche : l'indiana Bombay filo-inglese degli anni Quaranta e Cinquanta, la Londra dei favolosi anni Sessanta e la New York degli anni '70 e '80. Tre mondi, tre epoche. E poi troviamo di tutto, filosofia, mitologia classica e orientale, religioni antiche come lo zoroastrismo e poi incendi, suicidi, omicidi, terremoti distruttivi, musica rock, fotografia, allevamenti di capre, droghe, incidenti d'auto, coma, erotismo, cricket .. e altro ancora. La narrazione è affidata a Rai, amante di Vina, che non riuscirà mai a portare via ad Ormus. Ma sarà il rivelatore di questa grande storia. La lettura è avvincente anche se a volte assurda e incomprensibile, non si riesce sempre a stare sempre dietro alle manie linguistico-immaginarie dello scrittore. Ma inseguendolo lo si riprende e si possono godere, magari a tratti, delle belle emozioni. Ne è valsa la pena
Un pò di citazioni :
Ma quello che io intendevo per amore, e quello che Ormus Cama - per esempio - intendeva con la stessa parola, erano due cose diverse. Per me era sempre un' arte, l'ars amatoria: il primo approccio, la rimozione delle ansie, la creazione dell'interesse, la finta pazienza, il lento e inesorabile ritorno. La pigra spirale interiore del desiderio. Kama. L' arte dell' amore.
Mentre per Ormus Cama era questione di vita e di morte. L'amore era per tutta la vita, e durava dopo la morte. L'amore era Vina, e dopo Vina non c'era nient' altro che il vuoto.
Tre di noi, da Bombay, presero la via dell'occidente. Dei tre fu Vina, per la quale era un viaggio di ritorno, la prima a sentire i morsi della fame spirituale del mondo occidentale, a restare intrappolata nei suoi abissi d'incertezza e a trasformarsi in una tartaruga: un guscio coriaceo sopra una massa molliccia.
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