13.9.10

Il male che acceca l'uomo

I demoni di Dostoevskij

Sono tornato a leggere Dostoevskij per andare sul sicuro. A suo tempo avevo comprato diversi suoi libri che tenevo ad ammuffire in libreria. Ho estratto così i due volumi de "I Demoni", che qualcuno legge con l'accento sulla "e" e qualcun altro sulla "o", e me ne sono appassionato. La prima parte mi è sembra molto melò, quasi quasi un romanzo "da femmine", un romanzo ottocentesco classico, poi un pò alla volta è prevalsa la matrice politico-sociale dell'opera. Come al solito i personaggi sono molti, e tutti con i nomi russi che, una volta col patronimico una volta col diminutivo, sembrano proliferare a dismisura, c'è da stare attenti. Ma a parte queste piccole difficoltà e nonostante la complessità delle vicende, e dell'ambientazione storico geografica che ad un lettore non proprio russista può sfuggire, la lettura coinvolge parecchio. C'è ritmo, passione, azione, ammazzamenti, ma anche e soprattutto stategia politica, riflessioni filosofiche, crisi spirituali. I personaggi sono fortemente caratterizzati e ti si legano come e piu' di un buon serial televisivo, senza che, per questo, l'opera perda da qualche parte un pizzico di qualità. Solo un grande autore riesce in ciò. Come non rimanere avvinghiati all'enigmatico e folle Nikolaj Stavroghin, un pò il cardine del romanzo sempre in lotta col mondo e con la società fino a diventare apatico e indifferente a tutto; come non divertirsi, nella parte iniziale con Stepan Trofimovic e la sua mecenate la “generalessa” Varvara Petrovna e commuoversi nel loro finale ; come non parteggiare per quella specie di società segreta che anticipa i moti rivoluzionari russi di inizio novecento, composta da varie anime : Pëtr Stepanovic il capo cinico e violento, Kirillov mistico nichilista e distruttivo, che dimostra la non esistenza di Dio attraverso il suicidio cosciente, Šatov, liberalista che abbraccia la causa del grande popolo russo, ma anch'esso tormentato e mal destinato per citarne alcuni. Una serie di uomini ossessionati, posseduti, con animi confusi, sconvolti, per la ricerca snervante dell'idea di libertà e giustizia. Mi piacerebbe vederli nella società italiana attuale, intellettuali di questo calibro, che, si organizzano con la stessa veemenza, nostante contraddizioni e violenze intestine, per ribaltare l'establishment cristallizato, il vecchiume secolarizzato che ci domina e ci guida. Le odierne superficialità e menefreghismo, vuoto di pensiero e di dignità sono proprio all'opposto delle pulsioni che animavano i nostri tormentati demoni. Ma chissà in un futuro non troppo remoto......
Alcune citazioni :
"L'elevatezza della struttura umana favorisce
talvolta anche l'inclinazione verso i pensieri cinici, non fosse altro che per la varietà degli sviluppi"
«Avete mai visto una foglia d’albero? Io ne ho vista or non è molto una gialla, un po’ verde, agli orli era marcita. Il vento la portava. Quando avevo dieci anni, d’inverno chiudevo gli occhi apposta e mi rappresentavo una foglia verde, lucente, con le venettine, e il sole splendeva. Aprivo gli occhi e non credevo, perché era molto bello, e li chiudevo di nuovo. Non parlo d’un’allegoria, ma semplicemente d’una foglia, d’una foglia. La foglia è bella. Tutto è bello. L’uomo è infelice, perché non sa di essere felice. Chi lo saprà, colui diventerà subito felice, sull’istante. Tutto è bene, tutto. Tutto è bene per coloro che sanno che tutto è bene. Se sapessero di star bene, starebbero bene, ma finché non lo sanno di star bene, staranno male. Ecco tutta l’idea, tutta, non ce n’è nessun’altra!»
“esistevano due persone, e a un tratto eccone una terza, uno spirito nuovo, compiuto, finito, come non ne escono dalle mani dell’uomo; un nuovo pensiero e un nuovo amore, fa perfino paura… E non c’è nulla di più alto sulla terra!”

"Stepàn Trofimovic aveva saputo toccare nel cuore del suo amico le corde più profonde e suscitare in lui una prima, ancora indefinita sensazione di quella eterna sacra malinconia che certe anime elette, gustatala e conosciutala una volta, non muterebbero poi mai più in una soddisfazione a buon mercato. (Ci sono anche degli amatori che hanno cara questa malinconia più della soddisfazione più piena, anche se questa fosse possibile)."

16.8.10

Roma d'agosto

Al mare ad Ostia, una sera a Ponte Milvio e un'altra al miracolo della neve di Santa Maria Maggiore.


Si può rimanere a Roma e sentirsi sempre in vacanza. E' il pregio di abitare in questa gloriosa città che, nonostante l'impegno al degrado degli abitanti e dell'amministrazione, resta eccelsa. Lo è ancor di piu' se la gente e le macchine che la ingombrano vanno via e lasciano spazio al vuoto. Roma d'agosto è insuperabile, specialmente se non fa troppo caldo; e ferragosto non è così afoso come il mese di luglio. Restare in città per lavoro non è una punizione dunque, ma sfiora il piacere. Le strade sono libere e ti possono venire in mente idee altrimenti poco convincenti. Tipo "andiamo a prendere il gelato a Ponte Milvio" ; che quella è una zona per me fuori mano, anche se amo dare un'occhiatina anche di sfuggita a tutti luoghi della "movida" romana. Ad agosto non c'è nessuno, si trova posto in pizzeria, si può prendere il gelato senza fare fila e attraversare il "ponte dei lucchetti pacchiani" senza troppi adolescenti che scattano foto. La memoria e i fasti dell'antica battaglia sono ormai oscurati ma il ponte regge bene il peso della modernità che avanza. Un altro evento agostano tipico di Roma è la neve a Santa Maria Maggiore. In ricordo di un antico miracolo della Madonna si stupisce la platea, grazie a divertenti installazioni luminose e schiuma di sapone, con una splendida nevicata. L'attesa è esagerata, ma lo spettacolo è emozionante, anche per i turisti stranieri. Un'altra follia che di solito evito è quella di andare al mare ad Ostia. Eppure nei fine settimana ferragostani, partendo a cavallo del pranzo, prendendo la Via del Mare, il traffico è scorrevole ed il parcheggio non è un miraggio. Uno spaghettino con le vongole assaggiato ascoltando il fruscio delle onde e poi una seduta al sole o sotto l'ombrellone a cavallo di una sdraio. Il problema di Ostia è che devi per forza andare in uno stabilimento a pagamento di quelli che da queste parti occupano vergognosamente tutto il litorale senza soluzione di continuità. Sono completamente chiusi e uno non può accedere alla spiaggia liberamente. In alcuni casi hai dei buoni servizi, spogliatoio, piscina, bagno pulito, vicini d'ombrellone discreti, ed allora puoi domare la rabbia, ma se capiti male, non ci ritorni piu'. Ostia poi avrebbe le basi per essere una bella località, il lido della capitale, la zona di piazza dei Ravennati architettonicamente di stampo razionalista non è male per niente, ma sarebbe necessaria un'opera di valorizzazione fatta da persone illuminate che sono purtroppo in forte minoranza in questa città. Buona estate

26.7.10

Fascismo ieri e oggi

Accanto alla Tigre di Lorenzo Pavolini

C'è un libello che mi è stato prestato e che ha avuto anche apprezzamenti nei premi letterari estivi, ed ha appagato in parte la mia curiosità sul mondo del neofascismo. Mi sono sempre chiesto che cosa ci trovano alcuni ragazzi nel mondo cupo e tetro del ventennio ed in che maniera vorrebbero replicare ai tempi odierni quelle antiche orribili situazioni. Ho conosciuto anche persone non balorde, la maggior parte sono balorde per la verità, che hanno queste passioni politiche. Dopotutto bisogna conoscere prima di giudicare no! Anzi bisogna conoscere e basta perchè ciò che ci interessa è capire la società ed i suoi movimenti. Pavolini fu il numero due di Salò, uno degli ultimi fedeli al Duce, appeso anch'egli a Piazzale Loreto, ma fu anche l'anima culturale dei gerarchi. Pavolini è anche Lorenzo, nipote inconsapevole di tale famoso nonno. La sua è dunque una ricerca familiare, alla scoperta della componente "nera" del suo sangue ma è anche un approfondimento sul neofascismo di oggi. Si parte da Colle Oppio, Esquilino, dove abita lo scrittore e dove è situata Casa Pound. Questa comunità di "estremisti" con i loro manifesti, le loro scritte sui muri ha destato anche la mia attenzione, visto che ho abitato nelle vicinanze. Ho condiviso con lo scrittore le sensazioni di curiosità ed interesse per le loro iniziative e per i loro simboli. Ed una imboscata nelle loro conferenze allargate l'avrei fatta volentieri, non credo sia tutto da buttare. Tornando al libro c'è la rivisitazione della Firenze anni '30 con grandi intellettuali di stampo borghesi, ambiente nel quale si forma e diventa punta di diamante Alessandro Pavolini fino a fondare una rivista importante "Il Bargello" ed il Maggio Fiorentino. Non si riesce a capire come sia possibile una virata così netta verso la retorica fascista ed un mantenimento di tale rotta fino alla fine, fino alla morte sempre a "cavallo della tigre". Lorenzo ci racconta inoltre tanti episodi personali, tanti incontri con persone, tante letture, che lo aiutano a capire, a conoscere e lo fa con una scrittura romanzesca e piacevole, coinvolgendoci e incuriosendoci. Storia e ideologia, intimismo e dialogo. Un bel libercolo!

22.7.10

Criminalità e Stato

Festa SEL con dibattito sulla mafia

D'estate si sa ci sono sagre, feste paesane, feste patronali, religiose, e di partito. In ogni caso si mangia, si beve, si ascolta musica, si balla e, se proprio si vuole, si partecipa a messe o dibattiti. Abbiamo scoperto nella tranquilla e vicina Villa Gordiani, che amo già perchè rientra in uno dei miei percorsi podistici, la festa locale di Sinistra e Libertà. In una calda serata estiva di luglio, in un parco del genere si sta bene e si gode di una certa arietta fresca ed inoltre i volontari del partito, come le vecchie feste dell'unità hanno insegnato, preparano carne alla brace ed altre specialità culinarie che insieme alla visita degli stand ti fanno passare una serata alternativa. Dal depliant informativo scopriamo un evento interessante a breve con Nichi Vendola, il procuratore Caselli e Francesco Forgione, ovviamente si parla di mafia. Torniamo dunque la settimana successiva, ma stavolta le persone sono tante, c'è una ressa incredibile per mangiare e non si trovano tavoli. La festa non è calibrata per un evento di così importante spessore, ma ci si adatta. C'è uno spiegamento di forze di polizia attorno al procuratore, che lo guarda e lo protegge : certo che vivere così tutti i giorni non ti permette di dimenticare qual'è la tua professione ; in questo caso non è piu' solo una professione ma è la vita completa. I tre mangiano in un tavolo vicino al nostro e li osserviamo in gesti comuni quali tagliare una bistecca o inforcare un piatto di pasta. A noi il pasto arriva molto piu' tardi, i "camerieri" perdono la bussola. Ma non importa, veniamo al dibattito che è molto appassionante poichè dai conferenzieri fuoriesce passione e sentimento, è facile esserne coinvolti. L'argomento è la criminalità organizzata ed il suo rapporto con lo stato che già di per sè è intrigante. E i nostri non si risparmiano. Si parla di Andreotti, di decreto di legge sulle intercettazioni, di “verità condivise” sulle stragi, dello stato attuale della Magistratura. Caselli spiega perché la giustizia è lenta ; sono stati ridotti del trenta per cento i cancellieri, molti processi sono rinviati per cavilli allucinanti, ne racconta alcuni molto esemplificativi, che rendono facile rimandare ad oltranza il processo. Ironizza sul fatto che questa condizione della giustizia sia voluta per interessi di politici o uomini di potere. Conclude "La mafia non è ancora altro da noi” Un discorso di grande fascino ma che rivela la grande fragilità dei magistrati in questa che sembra una lotta contro i mulini a vento. Vendola parla di militanza del politico contro la mafia, racconta la sua esperienza tra le strade e i paesi della Sicilia, l'amicizia con Forgione e con Caselli e ricorda uomini come Peppino Impastato, parla invece della Moratti che "si è stupita quando ha scoperto che la ‘Ndragheta era ormai radicata nella sua città!”. Ribadisce che la mafia è anzitutto una cultura e via dicendo. Discorsi che in televisione abbiamo sentito molte volte e con i quali ci siamo sentiti d'accordo, ma che qui in questa sera d'estate riprendono vigore e danno forza. Sognare si può

18.7.10

Letto da grandi è tutta un'altra cosa

Le avventure di Pinocchio di Collodi

Ad un certo punto della mia vita mi sono accorto di non aver letto mai per intero "Le avvventure di Pinocchio. Avevo visto lo sceneggiato televisivo, i vari cartoni animati, posseduto un Pinocchio di gomma con luce incorporata, ma non ricordo di aver avuto il libro tra le mani. Sicuramente ricordo ammonimenti ricevuti da piccolo del tipo "Non dire bugie altrimenti ti cresce il naso come Pinocchio!" e via di seguito. Pinocchio è alla base dell'educazione della mia generazione, ma non ha avuto molto effetto : i bambini buoni e ubbidienti erano già pochi all'epoca e col tempo se ne sono persi molti altri. Diciamo che solo i piu' ingenui sono stati traviati dal burattino di legno, ma non è un grosso male che ci sia ancora chi non racconta menzogne a causa di letture giovanili. Il libro "Le avventure di Pinocchio", scritto da Collodi, è altro dall'immagine edulcorata della versione disneyana che se n'è impadronita; esso è in realtà un libro per grandi con assassini, ladri, morti e colpi di scena che farebbero impallidire anche Tarantino. Ed una delle frasi storiche del mio professore di matematica del liceo era proprio questa " Pinocchio letto da grandi è tutta un'altra cosa". Il primo livello di lettura, quello della storia in sè è proprio piacevole: favola, magia, scoperta, fantasia, noir. Personaggi meravigliosi tra l'umano e l'animale come il grillo parlante, Mangiafuoco, Lucignolo, la Bella Bambina dai Capelli Turchini, il Gatto e la Volpe, il giudice Acchiappacitrulli, il pescecane (che non è una "balena"). Luoghi del subconscio come il Gran Teatro dei Burattini, il Campo dei Miracoli, l'osteria del Gambero Rosso, il paese delle Api industriose, il mitico Paese dei Balocchi. Per il resto gli sono state affibiate le letture piu' disparate, le piu' assurde da quella ovvia pedagogica a quelle psicologiche, politiche o religiose che non fanno altro che confermare la peculiarità dell'opera. Pinocchio è anche un simbolo disincato di ribellione ai canoni della società ottocentesca, che viene sì piegato, ma che ci prova in ogni modo. Per l'infanzia invece credo sia un pò inadeguato, troppo inquietante e troppo strumentalizzato. A tutto ciò aggiungiamo una citazione delle illustrazioni originali di Mazzanti che danno un contributo quasi "gotico" al racconto. Per finire come non ricordare Calvino che parlava di ritmo e sintassi delle immagini e metamorfosi che fanno sì che ogni episodio segua l'altro in una concatenazione propulsiva, o della duttilità con cui il romanzo si offre alla perpetua collaborazione del lettore. Questo ha dato un successo internazionale al libro.
C'era una volta...
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.

6.7.10

Tamburino antinazista

Il tamburo di latta di Gunther Grass

Quest'estate ce ne andiamo a Danzica. Nella città polacca che in passato è stata prussiana, ha goduto di un governo autonomo, è stata occupata dal terzo reich per tornare infine alla Polonia, si svolgono le vicende del libro che ho appena letto con grande piacere. Il Tamburo di latta di Gunter Grass è un'opera importante, densa, lunga, ma veramente deliziosa. Essa narra le vicende di un piccolo tamburino che reagisce a suo modo nei confronti dei tristi fenomeni storici del novecento. Decide di non crescere piu' : "I don't wonna grow up" come nella canzone di Tom Waits. Oscar Matzerath a tre anni smette di aumentare la sua statura, ma non la sua materia cerebrale. L'altra sua arma contro le convenzioni della società borghese è il tamburino che rullato a dovere riesce a rompere i vetri delle case, delle scuole, delle chiese. Nel libro si scorrono pagine di storia, attraverso un mondo fatto di fantasia, visionarietà, metafora, frutto di una mente di grande genialità. Rimangono impresse, grazie al loro potere evocativo, le svariate immagini simboliche di cui rigurgita l'opera. Come non ricordare le quattro gonne della nonna, la statua di Gesù bambino col tamburino al collo, l'eroica difesa della posta polacca, la Cantina delle Cipolle, le partite a skat,il cimitero di Saspe, il negozio di generi coloniali, la testa di cavallo con le anguille dentro, la cuoca nera. Restano impressi anche i personaggi tutti fortemente caratterizzati dalla mamma adultera ai due padri Matzerat e Jan Bronski, e poi Shugger Leo, Herbert Truckczinski e le sue cicatrici, Bebra discendente del principe Eugenio, fino alle amanti, l'esperta signora Gretchen, la piccola Raguna, e l'amore della vita Maria. Un intero album fotografico di caratteri, odori, colori differenti. I sensi sono coinvolti globalmente nella lettura, e dopo qualche senso iniziale di straniamento ci si lascia coinvolgere da questa favola storica. Non è un caso che vi abbiano tratto un film di successo, la pellicola è già impressa dopo una lettura. Il tamburo di latta non è una passeggiata per la complessità del racconto, lo stile un pò barocco, ma dopo un pò ci si appassiona. Ci si affeziona a Oskar, ai suoi eccessi, alla sua dolcezza, alla sua ironia, al suo modo di vedere il mondo. Oscar è un comico, un satiro, un folletto cattivo, un amante lussurioso, un bambino incompreso, un rivoluzionario, è un eroe del nostro tempo. La lettura di questo romanzo non lascia affatto indifferenti. Consigliatissimo.
Concludo con qualche passaggio :

il tamburo dei tre anni :

[...] mi attenni al tamburo, e dal mio terzo compleanno in poi non crebbi di un dito, rimasi il bambino di tre anni, ma anche il tre volte furbo, che tutti gli adulti sorpassavano in altezza, ma che a tutti gli adulti doveva essere tanto superiore, che non avrebbe voluto misurare neanche la propria ombra con la loro, che di mente e di corpo era ormai un uomo fatto, mentre quelli ancora da vegliardi dovevano preoccuparsi del loro sviluppo, che non faceva altro che farsi confermare quello che essi a fatica e spesso dolorosamente dovevano sperimentare, che di anno in anno non aveva bisogno di scarpe e di calzoni più grandi per dimostrare che qualcosa in lui cresceva."
dolce con Maria
"Ascolta, Maria ti faccio una bella proposta: potrei comprarmi un compasso e tracciare un cerchio attorno a noi, misurare col medesimo compasso l'inclinazione del tuo collo mentre tu leggi, cuci, o, come adesso, giri la manopola della mia radio portatile. [...] Una bella proposta: potrei farmi vaccinare gli occhi ed essi verserebbero ancora qualche lacrima. Volentieri Oskar pregherebbe il macellaio qui all'angolo di passargli il cuore nel tritacarne se tu facessi altrettanto della tua anima. Potremmo anche comperarci un animale di stoppa e porlo tra noi due, lieti di vederlo stare tranquillo. Se mi procurassi dei lombrichi e tu avessi pazienza, potremmo andare a pescare ed essere felici. O la polverina effervescente di quella volta...ti ricordi? Tu mi chiami asperula, io divento effervescente, tu chiedi ancora di me e io ti accontento - la polverina, Maria, una bella proposta!"
la mitica Cantina delle Cipolle
Ma nella cantina di Schmuh non c'erano né le une né l'altro, non c'era niente da mangiare, e chi voleva mangiare qualcosa doveva andare altrove, al "Pesciolino" per esempio, e non nella "Cantina delle Cipolle," perché lì si affettavano soltanto cipolle. E perché? Perché la cantina si chiamava così ed era qualcosa di speciale, perché le cipolle, le cipolle affettate, a ben guardare ...
No, i clienti di Schmuh, o almeno alcuni di essi, non vedevano più niente, i loro occhi straripavano, e non perché avessero i cuori così gonfi; perché non è detto che gli occhi debbano straripare quando il cuore è gonfio: molti non ci arrivano mai, specialmente da qualche decennio in qua, e perciò il nostro secolo verrà chiamato in futuro il secolo senza lacrime, benché vi sia ovunque tanta sofferenza.
E proprio per questa carenza di lacrime la gente che poteva permetterselo andava nella cantina di Schmuh. Si faceva servire dal padrone una tavoletta - maiale o pesce - e un coltello da cucina per ottanta pfennig, e una volgare cipolla da cucina di giardino o di campo per dodici marchi, la tagliava sempre più piccola, finché il succo produceva il suo effetto. Quale effetto? Quello che il mondo e il dolore del mondo non producevano più: la rotonda lacrima umana. Allora si piangeva. Si tornava finalmente a piangere. Si piangeva con decenza, si piangeva senza inibizioni, si piangeva sfrenatamente. Il flusso scorreva e dilagava. Arrivava la pioggia. Cadeva la rugiada. A Oskar venivano in mente chiuse che si aprivano. Dighe infrante dall'alta marea. Ma come si chiama quel fiume che straripa ogni anno, senza che il governo ci faccia niente?

E, dopo il fenomeno naturale da dodici marchi e ottanta, l'uomo che ha esaurito le sue lacrime parla. Ancora esitanti, stupiti dei loro nudo linguaggio, i clienti della "Cantina," dopo la degustazione delle cipolle, si abbandonavano ai loro vicini, sulle scomode casse dalla fodera ruvida, si lasciavano interrogare, rivoltare come cappotti.


4.6.10

Fontane e acquazzoni

Gita a villa d'Este

Nonostante le minacce piovose di una primavera poco consona alle uscite fuori porta forziamo la mano e decidiamo di osare la gita a Tivoli per vedere Villa D'Este. Ci sono stato in quinta elementare ed è ora di ritornarci. Le nuvole danno contribuiscono a dare una luce argentata al paesaggio. La villa è situata nella parte alta del paese accanto al centro storico. Non si fa fatica a raggiungerla, ma occorre chiedere qualche informazione ai passanti. La dimora estense è introdotta da una piazzetta con una bella chiesetta che sembra antica, ma non siamo qui per questo, casomai dopo. Veniamo al palazzo che è imponente ed ampiamente decorato. C'è un bel chiostro appena si entra, ma visto il tempo è meglio scendere giu' per visitare il giardino. Da una bella scala con loggia si arriva in quello che già dall'alto appare come un bel posto dove scorrazzare su e giu' come amava fare Ippolito D'Este. Scegliamo un percorso, tra i tanti possibili e scopriamo una ad una le tante fontane, aiuole e statue. Ce n'è una enorme,la fontana dell'Organo, con maestose decorazioni barocche dalla quale ad orari predeterminate esce una musichetta graziosa. Zampilli, getti, gorgoglii di acque da ogni dove. C'è bisogno di una mezz'oretta per visitarle tutte, ma è piacevole restarci un pò di piu'. Così si gira tra personaggi mitologici con la fontana di Nettuno, quella di Proserpina o quella tettuta della Dea Natura. Si giunge quindi alla Rometta, la dea Roma, con la Lupa e una bella barca molto scenografiche. Infine si percorre il corridoio delle cento fontane, ma di fretta che qualche goccia inizia a cadere. Dopo avere faticosamente ripercorso le ripide scale che ci riportano al palazzo del cardinale, torniamo ad approfondire il giro delle sale affrescate e terminiamo, visto che fuori c'è il diluvio con il video della casa sulla storia di Villa d'Este. Non male. Il diluvio continua ancora e la strada verso casa diventa un'avventura, scarsa visibilità, grandine e pozzanghere, ma a Roma ci aspetta il sole.