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22.11.10

Il popolo del risorgimento

Noi credevamo di Mario Martone


Ormai ci siamo : il centocinquantesimo è giunto, le celebrazioni sono alle porte. Se ne parla, si vendono libri, si inaugurano mostre, si dibatte in tv, soprattutto sulla mia amata "RaiStoria". Ovviamente se ne accorge solo chi vuole accorgersene; le informazioni che prevalgono nell'etere sono quasi sempre legate alla sexy-politica, ma chi è interessato può trovare scampoli di informazioni gratificanti. Così è arrivato anche il filmone sul risorgimento, prima a Venezia dove non è che abbia ricevuto grandi onori e poi al cinema. Appena è uscito ho sentito alcuni giudizi positivi da giornalisti e storici e di conseguenza, visto che Martone è un'artista di tutto rispetto, ho pensato di volerlo vederlo, anche se le tre ore mi spaventano sempre. "Noi credevamo" purtroppo è stato distribuito solo in qualche rara sala di una città grande come Roma ma neanche un bell'acquazzone violento mi ha impedito di raggiungere una sala cinematografica all'Eur e di godermi un film elettrizzante. Perchè il risorgimento è di per sè esaltante, tante figure di valore che ai nostri giorni metterebbero su una bella rivoluzione, ma si sa, certi treni non passano così spesso. E così ci si fa prendere da storie del passato. Ragazzi, perchè i giovani hanno unito l'Italia, e qualche bella testa pensante con Mazzini, un vero dominus. Grazie a questa gente ci siamo tolti dalle scatole la frammentazione di stati e staterelli che ci limitava e ci rendeva servi dello straniero. Ma i sogni erano piu' grandi di quello che si è realizzato e le modalità sono state piu' complesse di una semplificata storia patinata. Il film ovviamente non può raccontare tutta la storia, ma ci aiuta ad entrare in quell'atmosfera ed in quei luoghi. Senza giudizi, senza enfasi, senza retorica. Il punto di vista è quello di tre ragazzi del Regno delle due Sicile, due nobili ed un popolano che prendono parte a vario titolo ai primi moti del '21. Da qui si diramano le varie vicende attraverso società massoniche, finanziamenti segreti, attentati andati a vuoto, vicende carcerarie, per giungere infine al dopo unità in un'Italia che però non è quella sognata. Le divisioni restano, fra monarchici e repubblicani, fra nobili e popolani, fra nordisti e sudisti in un territorio dilaniato ancora per decenni da contrasti irrisolti. Ma lo spirito, le idee che sono girate, e che in parte si sono concretizzate fanno del Risorgimento italiano un momento di cui andare fieri. Grande cast, grande sceneggiatura, grande emozione. Dall'inizio alla fine. E quando ho sentito "
Quando all'appello di Garibaldi
tutti i suoi figli suoi figli baldi
daranno uniti fuoco alla mina
camicia rossa garibaldina
daranno uniti fuoco alla mina
camicia rossa garibaldina...
ho avvertito una scossa, un impeto, un desiderio di partire di nuovo, con un nuovo condottiero.



18.10.10

Matti e sani

La pecora nera di Ascanio Celestini


Ascanio Celestini è da un pò che si muove sulla scena romana e nazionale, con i suoi spettacoli. La prima volta che l'ho visto all'Ambra Iovinelli, sono rimasto piacevolmente stupito. Non ne sapevo molto e lo spettacolo era "Scemo di guerra" ; ebbene, in un'ora e mezza, da solo, l'artista ha tenuto gli spettatori in viva attenzione e curiosità, senza mai cadere di tono. Solo raccontando. Ascanio Celestini sa raccontare in maniera appassionante, creativa ed istruttiva delle storie vere o verosimili. C'è dentro la storia, ma non quella degli storici, c'è quella vissuta dalla gente che ha ricorda quello che ha visto, ci sono le tradizioni, gli usi i costumi di quello che una volta si chiamava "proletariato". Ma la grande capacità di Celestini è in quel suo parlare veloce, nel suo linguaggio ricercato e popolare, nei gesti, nel suo pizzetto alla zz top, nelle battute, nel suo romanesco d'altri tempi. Mi venne da pensare e non solo a me, di aver trovato il Dario Fo dei nostri tempi. Così spettacolo dopo spettacolo il nostro ha allargato il suo sguardo artistico giungendo all'opera prima da regista cinematografico. La pecora nera era stata presentata già a teatro, ma il salto al cinema, con una tipologia di rappresentazione come la sua non è immediato. Non si passa da un monologo alla rappresentazione animata di piu' attori, seppure fantastica e onirica, senza rischi. Ma Celestini ha saputo rendere anche in questa forma espressiva il senso della sua missione, senza perdere in qualità. Il film è dedicato al mondo dei matti, al vecchio manicomio, che in tutta la sua drammaticità, alla fine, si rivela piu' rassicurante del mondo folle in cui vivono i "sani". Poesia, ironia, fantasia, ma anche un pò di amarezza, di difficoltà del vivere, di spaesatezza. C'è il forte contrasto tra una vita povera, ma genuina di qualche anno fa ed il centro commerciale, ricco, ma sofisticato, dei nostri tempi. Ci sono i bravi attori bambini, e i bravi attori grandi. Un filmetto che a Venezia ha portato lo stendardo del cinema italiano d'autore.

11.10.10

La macchietta del nord e del sud

Benvenuti al sud di Luca Miniero

Mi capita qualche volta di essere "invitato" a vedere film tranquilli per fare due risate. Se non si tratta proprio un cinepanettone e se non sembra malvagio mi dispongo positivamente alla visione. In questa occasione un buon trailer faceva ben sperare. In realtà "Benvenuti al sud" fa ridere solo nelle scene del trailer. Esso non è una commedia divertente bensì un filmetto banale, che usa stereotipi vecchi e decrepiti su nord e sud che possono rivelarsi addirittura irritanti sia per quelli del nord, che per quelli del sud ma anche per quelli del centro. Prende spunto da un film francese che ho visto in parte e che non faceva ridere altrettanto. Bisogna comunque dire a difesa degli attori, Bisio e Siani, che sarebbero anche bravi, ma avrebbero bisogno di una sceneggiatura e di un regista che li valorizzasse. Per il resto non ci sono parolacce, il paesino salernitano dove è ambientata la vicenda è un bel borgo, va detto che in sala ho notato diverse persone ridere di gusto, ma per quanto mi riguarda questo film è vuoto. E' comunque importante averlo visto per poterlo criticare alla luce dell'immeriato successo che ha avuto. In fondo l'Italia vincente, l'Italia che ha la maggioranza è quella che prima litiga poi mangia assieme pajata e polenta, come bossi e polverini. Molto grossolanamente il gorgonzola e la mozzarella del film rappresentano questa lite che si trasforma in patto d'acciaio della banalità. Il problema generale è che si cerca la sintesi, la facilità, l'immagine riassuntiva, la retorica superficiale e si liquidano in slogan buoni per le campagne elettorali, situazioni complesse che andrebbero analizzate e risolte in maniera elaborata. Le differenze tra il nord ed il sud non sono riassumibili nei soliti dualismi : il sole e la nebbia, il ridanciano ed il musone, la mafia e la legalità, la monnezza e la pulizia, la mozzarella ed il gorgonzola. Per fare un confronto bisognerebbe ristudiarsi almeno gli ultimi duecento anni di storia, farsi un giro per gli ottomila comuni italiani, conoscerne gli abitanti e le istituzioni e dopo anni di analisi si potrebbe scrivere un libro lungo come la treccani. Questo sì sarebbe un confronto, per quanto inutile. Ciò che è sbagliato è la premessa : non ha senso, o comunque è anacronistico contrapporre il nord ed il sud.

27.9.10

Ci vuole passione

La Passione di Carlo Mazzacurati

Molti film italiani all'ultimo festival di Venezia; cerco di capire se hanno una buona qualità e sento giudizi positivi, anche se non concordi su "La Passione" di Carlo Mazzacurati. Questo regista che avevo seguito nei primi film "Notte italiana" e "La lingua del santo" l'avevo un pò perso di vista. Non è stato mai abbastanza sponsorizzato visti i suoi film "minimal", di provincia, poco spettacolari. Per caso, il giorno prima dell'uscita de "La passione", hanno dato in tv "La giusta distanza", un interessantissimo giallo ambientato in un Polesine sapientemente dipinto. Un film che anche Raiuno avrebbe potuto trasmettere, conservando e magari superando gli ascolti delle squallide fiction che ne popolano le serate, acquistando un pò di qualità. La Passione invece è un film piu' complesso, una commedia picaresca, con il meccanismo del film nel film (meglio ancora del quasi film, piu' una rappresentazione pasquale, nel film). La trama è molto intricata ed allo stesso tempo scoppiettante, il ritmo sempre alto, la comicità dei personaggi dona leggerezza all'architettura. Il risultato è un film anomalo, atipico, alternativo, originale per il cinema italiano, quasi sperimentale. Gli attori hanno potuto dare libero sfogo alle loro capacità e tra Silvio Orlando, Battiston ed un folgorante Corrado Guzzanti non si sa chi sia stato piu' bravo. Altro aspetto da sottolineare è il lavoro su un'unità di spazio limitata, ma fortemente evocativa, che è una delle caratteristiche meritorie del cinema di Mazzacurati, spesso c'è la provincia veneta, nel nostro caso ci imbattiamo nel piccolo ed impeccabile comune toscano. Paesaggio incontaminato, borgo medievale, con annessi amministratori e paesani caratteristici, un piccolo mondo ricreato con gusto. Ma non manca la connessione con la realtà fatta di fiction televisive che celebrano attricette di poco pregio e di registi mobbizzati dai produttori.
Un grido di aiuto alla genialità e alla creatività dell'artista come anticorpo alla decadenza culturale del nostro paese. Chi osa (ed è bravo) vince.

31.5.10

Dura la vita, ma indietro non si torna

La nostra vita di Daniele Lucchetti

Ancora una volta un bel film di Lucchetti. Ci piace sempre quest'autore che ha sempre uno sguardo sincero sulla realtà che rappresenta. Questa volta si sposta nella nuova periferia urbana, la Roma di Ponte di Nona, un quartiere enorme nato in pochi anni attorno ad un centro commerciale. Un quartiere di case nuove neanche troppo brutte che non può far di certo pensare alle degradate periferie del dopoguerra, ma di quelle conserva la lontananza con la centralità amministrativa. Difatti qui non c'è una scuola, una fermata del treno, una caserma dei carabinieri e raggiungere Roma è impegnativo. La città, a causa della speculazione edilizia, si svuota, alimentando questi nuovi quartieri senza servizi. "La nostra vita" oltre a ciò osserva la condizione del lavoro in questi grandi cantieri, popolati di imprenditori senza scrupoli e lavoratori, in gran parte extracomunitari, sfruttati. In questo contesto si installa la storia del bravissimo Elio Germano alle prese con una tragedia immane. Tutto viene sconvolto, il lavoro, la famiglia, il rapporto con gli altri. Ma la vita va avanti ed in qualche modo bisogna pur campare. L'iniziale traccia di commedia proletaria, c'è qualche battuta, si fa qualche risata, lascia spazio ad un film duro da digerire e forte da vivere. E il regista riesce a non far sentire troppo la sua mano, lasciandoci vivere la realtà cosi com'è, senza tesi precostituite da proporre. Molto bravi tutti gli attori, utilizzati a volte in ruoli per loro atipici, come Raoul Bova alle prese con un giovanotto timido, con difficoltà nell'approccio con l'altro sesso, o Luca Zingaretti in quello di un simpatico usuraio disabile, alla sempre brava Ragonese che purtroppo termina subito la sua parte, fino al bravissimo ragazzo rumeno che ha un personaggio chiave nella storia. Attraverso gli occhi di questo giovane, che conserva uno sguardo puro sul mondo, si ha un punto di vista piu' umano e meno corrotto dallo stile di vita moderno. Una speranza per il futuro.

18.5.10

Consenso e potere

Draquila di Sabina Guzzanti

Ha avuto un tappeto rosso stesogli innanzi dalle polemiche che, dal tempo della preparazione del film fino alle dichiarazioni dell'insulso Bondi, si sono scatenate a riguardo. Ma il successo di Draquila non è solo dovuto al marketing televisivo. Esso è un buon lavoro anche dal punto di vista artistico, oltre che giornalistico e satirico. La Guzzanti ha realizzato un film alla maniera di Michael Moore, cioè un'inchiesta forte, con delle tesi pesanti, chiare, che si leggono spesso sui giornali ma che lei è riuscita a sintetizzare con delle immagini significative. Draquila infatti non è solo un film su L'Aquila e sull'autoritaria gestione del terremoto da parte della protezione civile. La tesi è piu' generale : c'è un sistema di potere instaurato dal presidente del consiglio che attaverso eventi quali il terremoto trova modo per fare affari e allo stesso momento ottenere consenso. Per Berlusconi, il terremoto è stata una manna dal cielo per risalire nei sondaggi dopo il caso Noemi. Inoltre, ancora una volta, si è scatenata la macchina della Protezione civile e sono stati dati «poteri speciali all'uomo speciale» Guido Bertolaso, il braccio operativo del presidente del Consiglio. Efficienza e affari. Tutto senza che i cittadini aquilani siano stati mai stati consultati sul destino proprio e della propria città. Tutte queste tesi sono state ampiamente scritte sui giornali seri, ma riassunte e ordinate, assemblate con sagacia in un film documento che utilizza anche la satira per rendere piu' digeribile l'amara medicina è di importante incisività. E forse la brava artista, che ha spesso le porte chiuse in faccia sul piccolo schermo, ha trovato l'occasione di dire la sua, oltre che una maniera che piu' le si confà per esprimere tutto il suo valore.


9.4.10

Treddì senza meraviglie

Alice in Wonderland di Tim Burton

Ci sono almeno tre elementi su cui effettuare un approfondimento a proposito di Alice. Il primo è che è un film di Tim Burton e noi che lo abbiamo amato in tante altre occasioni, vogliamo vedere cosa succede quando il progetto è così imponente e bisogna che tornino indietro parecchi soldini. La seconda è la curiosità per Alice nel paese delle meraviglie , che ho sempre trovato in mille riferimenti, tra vecchi cartoni e videogiochi, ma non ho mai letto per intero, nè visto al cinema. Ed infine c'è la prova del treddì o 3d, che, molto in voga nei film di massa, ci apprestiamo, con la nostra solita puzza sotto il naso, a testare. Per iniziare diciamo che il film si fa vedere, i pupazzi buffi sono aderenti al mondo immaginario che abbiamo imparato ad apprezzare col regista americano, ma qualcosa manca. Si sente che si concede qualcosa alla spettacolarità e si retrocede in quanto a visionarietà, fantasia e genialità dell'autore. La storia non è entusiasmante, segue i prevedibili canoni disneyani e i suoi ritmi classici. Ma qui e la si colgono picchi di buon intrattenimento, qualche scena ben riuscita. Figure fantasiose come lo Stregatto, il Cappellaio matto e la Regina rossa rimangono comunque simpatiche ed affascinanti. Per quanto riguarda invece la scoperta del meraviglioso mondo di Alice e di tutte le implicazioni psicologiche attribuitele, ho deciso che prima o poi lo leggerò il libro e da esso partirò per fare delle riflessioni a riguardo. Infine un discorso merita il treddì. Per chi, come me, non ha visto nè Avatar nè altro in questo formato, l'impatto diverte e sorprende nei primi dieci minuti. Ma in fin dei conti la funzionalità degli effetti tridimensionali per la piacevolezza del film non sono granchè e poi alla lunga gli occhiali possono anche dare fastidio. Per cui i quattro euri in piu' spesi per gli occhialini vanno bene per una volta, ma basta così.

4.4.10

Commedia light in una Milano iperreale

Happy Family di Salvatores al centro commerciale

I multisala, di quelli grandi, inseriti nei centri commerciali, in generale, non mi piacciono. Però ti capita di essere in un posto in cui non sai che fare e pensi "si potrebbe andare al cinema", non sai che film vedere e pensi "andiamo in un multisala che magari un film buono c'è" e allora ci vai. E succede che a volte un film buono, che inizi poco dopo il momento in cui sei arrivato, ci sia. Il trailer di "Happy Family" non mi convince, poi, con quel Fabio De Luigi, che, forse perchè bazzica canale5, non mi sta simpaticissimo, chissà se vale la pena. A quest'ora però non vorrei vedere uno di quei film in 3D per adolescenti, e poi Salvatores non è un regista qualsiasi, proviamo. Già dai primi fotogrammi strizzo gli occhi ed individuo che almeno non è la solita commedia. Colori vivi, personaggi bizarri, una Milano tutta loft e design ma senza traffico. Divertente davvero, commedia leggera e breve, e sono due punti di merito. Ma la leggerezza è solo stilistica. La superficie allegra e caciarona nasconde delle riflessioni importanti anche filosofiche sul senso della vita e sulla morte. La coppia Bentivoglio-Abatantuono è memorabile in questo senso. Ma anche gli altri attori hanno dei bei personaggi cuciti addosso, e dovendomi ricredere, Fabio De Luigi non è niente male nel ruolo di protagonista-autore. Poi ci sono sketch esilaranti quali quello della massaggiatrice cinese o la vecchietta cuoca. Noi che abbiamo visto e apprezzato e riso con i Tennenbaud riscontriamo molte affinità e richiami al bel film di Wes Anderson. E questo non è un elemento di critica, ma di piacevole accostamento. Abbiamo risolto la serata di Pasqua senza sbagliare film e senza trovare la sala affollata. Bene

1.3.10

Adolescenti, che palle!

Genitori e figli - agitare prima dell'uso di Veronesi

Un filmetto che in altri tempi non avrei nemmeno considerato, oggi assurge al rango di papabile. L'età ci rende meno esigenti o forse piu' tolleranti. In fondo dovrebbe far ridere, c'è la Littizzetto, non ci sono di mezzo i Vanzina, si può fare!
Il cinema brulica di ragazzetti, di qualche genitore e figlio, e di qualche coppietta. Bè allora vediamolo senza puzzetta sotto il naso e senza pretese, con animo aperto. Il film non è brutto, questo è già un inizio. Silvio Orlando, Margherita Buy, Michele Placido ed una grande Piera Degli Esposti, tra i migliori attori italiani, che da soli, come nei vecchi film della commedia all'italiana, reggono la baracca, nonostante la mediocre sceneggiatura. Il film dunque, non è neanche bello, vedibile al massimo, ma niente di che. Alcune scene però fanno ridere, sorridere, fors'anche riflettere. Non mi piacciono invece i commenti e gli schiamazzi del pubblico, come dicevo, ragazzini in popcorn per la maggior parte, non appena si dice una parolaccia "ahahahahahah" tutti a ridere. Qualche parolaccia smuove anche il mio riso, pare che non si riesca a comporre un film divertente senza usarne a iosa. Torniamo agli adolescenti che sono tra i principali destinatari di queste immagini, oltrechè i protagonisti. Anche in "Genitori e figli" essi occupano un ruolo imprescindibile ormai, come nei palinsesti di ogni fiction che si rispetti, dai Cesaroni, a un medico in famiglia. Ci sono il ragazzino e la ragazzina carina che si innamorano, si danno i baci, devono fare sesso e tutte ste minchiate televisive surreali che tengono incollati genitori e figli e non solo. Qualche volta riescono a ricreare una situazione realistica, piacevole, delicata, ma il piu' delle volte sono forzature diseducative e di dubbio gusto oltrechè viste e riviste, trite e ritrite. Quindi, se proprio non possiamo fare a meno di imbatterci in questi prodotti visivi, almeno "agitiamo bene prima dell'uso".

17.1.10

Melodramma con storia d'Italia

La prima cosa bella di Virzì

Per una serata piacevole e tranquilla un film di Virzì è quello che ci vuole. Bella storia, bravi attori, buone battute mai volgari. Però il ragazzone livornese è ormai cresciuto e nei suoi film c'è sempre piu' spazio per riflessioni che destano malinconia. La prima parte è un pò revival anni 70-80, vecchie canzoni, vecchi vestiti, vecchi colori. Ma si fa un pò di difficolta a seguire i discorsi un pò perchè il cinema Broadway ha il volume troppo alto ( è una usanza che ormai ricorre nei cinema di massa e che nuoce gravemente al piacere di vedere un film) un pò l'audio in presa diretta che non è il massimo e così bisogna aspettare il secondo tempo per apprezzare al meglio la storia. La protagonista è una donna semplice e ingenua che non sta ai compromessi che la società le impone. Generosa, espansiva, aperta nei confronti del prossimo (per molti lo è troppo) deve far fronte ai tanti ostacoli che l'ipocrisia dei piu' le pongono davanti. Così fra mille sofferenze e dolori persevera nel suo modello di vita solare ma dignitoso fin sul letto di morte davanti ai suoi figli, felici, alla fine, di essere suoi figli. Tra questi il figlio maggiore che è l'altra figura chiave dell'opera, chiuso e timido sin da piccolo, diventa un professore cinico ed irrisolto, fin quando non recupera il rapporto con la madre e si libera dalle sue inibizioni, rinascendo. Molto commovente ovviamente, ad alta tensione emotiva, lacrime a piu' non posso. E quando un film ti prende non puoi dire che non è ben fatto. Poi c'è un bell'excursus nella provincia italiana dagli anni'70 ad oggi, un bello squarcio di costume e di vita sociale che ci mostra i cambiamenti che sono piu' negli aspetti esteriori che nell'intimo delle persone. Il contributo degli attori è notevole : Stefania Sandrelli e Valerio Mastrandrea per queste commedie sono perfetti, ma anche gli altri attori sono stati all'altezza dalla Pandolfi alla Ramazzotti.

14.9.09

Sognando il '68

Il grande sogno di Michele Placido

Il '68 è un anno ormai arcimitizzato, visto in mille film, in mille documentari, discusso in mille salse. Alcuni credono che abbia cambiato il mondo, alcuni che sia stato un fallimento. Ma quello che è incontestabile è l'entusiasmo, la spinta emotiva che ha unito milioni di giovani verso un sogno comune. Alla domanda "L'importante è che il sogno si verifichi o che si sogni e basta" si cerca di dare una risposta attraverso dibattiti e discussioni interminabili. Da una parte si schierano gli antisessantottini da sempre, dall'altra parte quelli che lo hanno rinnegato, dall'altra ancora quelli rimasti "giovani rivoluzionari anacronistici" ma si finisce sempre nella sterile battaglia tra schieramenti politici opposti. Anche Michele Placido con un punto di vista molto personale, per aver trascorso quegli anni tra le forze dell'ordine simpatizzando per i "rivoluzionari", irrompe sull'argomento ed anche in questa occasione le polemiche politiche non mancano : "Berlusconi non so chi è e neanche lo voto, voto da tutt'altra parte. Ma voi mi dovete dire con chi devo fare i miei film: li ho fatti con la Rai (Ovunque sei, ndr.) e mi avete contestato, ora con Medusa e protestate». Ma parliamo del film : "Il grande sogno", molto atteso, mi ricordo che se ne parla da piu' di un anno, è in effetti una pellicola coinvolgente ed emozionante. Le vicende dei tre giovani che reggono la trama ci appassionano e ci conquistano, gli attori sono molto credibili e bravi e le vicende ben ricostruite. Giovani di grandi ideali, dalle grandi aspettive per il futuro. Il futuro non è altro che speranza, sogno, ciò che, in forte contrasto con quegli anni, sembra mancare ai giovani dei nostri anni zero. Ma tornando al film, la rivisitazione di Placido è concentrata sugli scontri di Valle Giulia a Roma e sulle occupazioni a La Sapienza. Riprendendo la poesia di Pasolini, ma soprattuto pezzi di vita vissuta dal regista, il protagonista, un poliziotto attore, di origine proletaria, venuto dal sud in cerca di fortuna constata la forza e la lucentezza degli ideali di quei moti, ma si accorge d'altra parte di come sia impossibile fare davvero un "reset" delle classi sociali che riporti tutte le persone allo stesso punto di partenza. Ma probabilmente il maggior pregio del film è quello di narrare una intensa storia d'amore a tre, la bella di buona famiglia, il proletario appassionato, l'intellettuale politicizzato con Trinca, Scamarcio ed Argentero che contribuiscono in maniera importante alla buona riuscita dell'opera.

15.6.09

Melodramma fascista in salsa futurista

Vincere di Marco Bellocchio

Non finiremo mai di riflettere sul fascismo nè di studiare questo "a"tipico fenomeno storico-culturale. Non la smetteremo neanche in questi tempi in cui alcuni meccanismi di arroganza e prevaricazione prendono il sopravvento. Ciò che appare interessante capire è come possa germogliare questo fiore del male, se sia mai possibile rivivere tale situazione in futuro. Anche uno dei nostri registi preferiti ha voluto indagare su ciò, mostrandoci il giovane Mussolini. Ovviamente un artista, non uno storico, tende a dare un contributo estetico e melodrammatico alla scatola dei fatti. Lo spunto è l'amore impetuoso e passionale tra il Ducetto ed Ida Dalser. Quest'ultima è la vera protagonista, la classica eroina tragica, sedotta e abbandonata, dimenticata dal grande condottiero (per modo di dire) che le preferisce un tranquillo matrimonio di facciata. Il primo tempo è molto spassoso e scoppiettante, ritmo incalzante, filmati d'epoca, montaggio futurista. Fantastica la fotografia di Daniele Ciprì che davvero impacchetta la pellicola in un guscio che sembra provenire direttamente dall'istituto Luce. Come dicevo alcuni scampoli sono presi da animazioni originali provenienti dai famosi balconi, dalle famose piazze ove folle immani si riunivano al grido di "Italiani!". Il secondo tempo è piu' tranquillo, meno compulsivo, c'è la storia della relegazione in manicomio della Dalser e della separazione forzata del figlio della coppia, Benito Albino, in riformatorio, e della cancellazione da parte del regime delle loro esistenze. I due attori molto bravi, Timi e la Mezzogiorno, molto presenti fisicamente, soprattutto nella prima parte con scene di sesso rantolanti, un tantino esagerate a dir la verità. Non credo ricordino il pur "prestante" duce e la pur "avvenente" Dalser, ma ai fini della struttura drammaturgica dell'opera ci sta. Tornando alla vicenda storica, interessante è la parte iniziale con l'ascesa al potere del giovane socialista antimonarchico e anticlericale che quasi quasi dice cose sagge. Purtroppo di lì a breve la brama di potere e l'uso indiscriminato della violenza segnerà per sempre l'uomo piu' nefasto della nostra recente storia (o almeno se la gioca col capo attuale). Ci sarebbero tanti spunti da prendere, tante possibili considerazioni da fare, ma soprattutto si può dire che è un film da vedere. E con Bellocchio alla regia c'era da aspettarselo.

31.3.09

L'America di una volta

Gran Torino di Clint Eastwood

Ogni volta che esce un film del mitico Clint mi stupisco di come possa essere così prolifico mantenendo alti livelli qualitativi e di come riesca a dire qualcosa in piu' nonostante abbia già detto molto nelle pellicole precedenti. Gran Torino è un film pulito, limpido, duro, impietoso, come lo sguardo del protagonista. Uno sguardo sprezzante sul mondo che è cambiato, sull'America, che non è più la stessa. Disprezzo per i musi gialli, i nuovi vicini che non curano il prato, e che ricordano a Walt Kowalki la guerra di Corea risvegliando in lui pagine dolorose, sepolte nei meandri della memoria. Disprezzo per i suoi figli che comprano macchine giapponesi ed educano la prole lasciandola in balia della modernità (televisiva) che li involgarisce e li corrompe. Disprezzo per le gang giovanili che scorrazzano per la zona divertendosi con la violenza fine a se stessa. Però ad un certo punto una breccia rompe l'isolamento del protagonista, fatto di birre scolate sotto il portico col cane fedele, in fondo questi coreani non sono poi così male, questo Thao è un ragazzo timido ed educato che può essere formato ai valori di un tempo, gli si può trasferire il testimone. Quindi la speranza nel futuro. E poi c'è la macchina, la mitica Ford Gran Torino vecchio simbolo dell'America produttiva, del sudore e dell'orgoglio degli americani che hanno lavorato in fabbrica come Kowalski. La Torino non si tocca, è un simulacro, una divinità, reale, non come quella impalpabile e vuota rappresentata dal giovane seminarista irlandese. Un vero film western, di epica moderna, con una conclusione altamente suggestiva e simbolica. Che ve lo dico a fare, fa venire i brividi!

23.2.09

Quando si lottava per i diritti

Milk di Gust Van Sant

Ormai pochi film, ma scelti. Preferenze per alcuni autori , solo se se ne parla bene e qualche spunto di novità se opportuno. Queste le linee guida, da cui ovviamente si può deviare ma poco. Dunque si va a vedere Gus Van Sant con questo Milk di cui si parla già da un pò. Sean Penn è una garanzia, va bè che gli danno ruoli importanti, ma lui ci mette molto di suo per consegnarci dei personaggi di grande spessore cinematografico.Il film è basato sulla storia di Harvey Milk primo militante gay con cariche pubbliche, assassinato prematuramente, che assurge a simbolo della lotta per la libertà sessuale, che è poi lotta per i diritti delle minoranze e contro le ipocrisie. Ma se si vuole, un film di chi lotta, si batte per la giustizia, è un classico del cinema americano e ne abbiamo visti a valanghe. Quelli di Hollywood alla fine vincono, quelli indipendenti alla fine perdono ma la loro battaglia non è stata vana. Nel nostro caso la seconda. Quello che è piu' interessante in "Milk" è, però, secondo me l'immagine, bellissima la fotografia, della California anni '70, dei movimenti alternativi, pacificisti, idealisti in genere, politici. E poi la musica, il look, le feste, lo sballo. Altri tempi ormai lontani in cui si lottava, ci si divertiva e si produceva anche cultura. Qualcosa che manca ai nostri tempi e che questa pellicola è possibile a "ri/vivere" in prima persona. Poi certo c'è la tematica omosessuale che nel film è molto forte, molto esplicita, ricca di particolari; l'autore non si tira indietro nel mostrare gli aspetti piu' scabrosi e piu' intimi della vita sessuale dei protagonisti, e questo potrebbe risultare indigesto a molti, ma è parte integrante della vicenda raccontata e ne completa il senso. Per quanto riguarda gli aspetti piu' cinefili ritroviamo alcuni elementi dei vecchi film del regista come il gusto per l'elaborazione espressiva della pellicola, qui giallognola anni'70, mentre in Paranoid park si usava quella sgranata e rallentata. Poi molto carino l'uso di immagini di repertorio che si sovrappongono molto bene al filo del film. Inoltre c'è la camminata paranoica del consigliere comunale omicida che mi ricordano le passeggiate nei corridoi di Elephant. Un bel film, importante, che non raggiunge magari le vette dei precedenti che ho citato ma che è degno sicuramente di Gus Van Sant.

2.11.08

Il presente visto da un'aula scolastica

La classe - Entre le murs di Laurent Cantet

C'è stato un film francese che quest'anno a Cannes ha battutto i nostri fortissimi "Gomorra" e "Il Divo". C'è sicuramente una componente campanilistica nell'assegnazione del palmares ma ciò non basta a spiegare il successo di "Entre le murs" tradotto da noi con "La classe". Mossi da curiosità vivissima siamo andati al cinema. Al Tibur a San Lorenzo, uno dei nostri preferiti : comodo da raggiungere, poca confusione, niente popcorn e film pregevoli. La classe è sicuramente un film pregevole innanzitutto per l'argomento affrontato: la scuola, l'educazione degli adolescenti ai nostri tempi. E non è un tema facile, però è un tema strategico. Non è facile perchè la cultura di una nazione cambia con il passare del tempo e l'insegnamento deve adeguarsi senza degradarsi alla culturicchia dell'immagine che è dominante ma senza, d'altro canto, rimanere ancorata ai vecchi schemi da brontosauri. Inoltre cambiano i ragazzi, cambiano i volti, le lingue, le etnie, il loro status socio-economico. Basterà un bravo insegnante, mosso da una passione sincera per il suo lavoro a tirare su una generazione difficile e a traghettarli verso la conoscenza e l'unità sociale? Il film cerca di mostrare tutto ciò con estremo realismo e con la massima naturalezza possibile. E' chiaro che perdendoci lo slang parigino della banlieu, l'argot, perdendoci pure il francese del professore e traducendo sgallettate per "petasses" che, dicono,ha un significato volgare paragonabile a, che ne so, "puttanelle" o qualcosa di simile, non cogliamo tutte le sfumature della sceneggiatura. Ma resta il fatto che "La classe" e' un film simbolico, rappresentativo del presente e come tale va elogiato. Forse è piu' rappresentativo di una realtà come la Francia che ha avuto la colonizzazione e risente dei rigurgiti antigallici delle seconde generazioni di immigrati, che tifano le nazionali dei progenitori alla coppa d'Africa. Ma una situazione simile la si vive in Italia, o negli altri paesi occidentali meta di immigrazione. Il professore, mosso da intento sincero, cerca di sanare una ferita forse insanabile che divide i cittadini francesi "originali" da quelli nati da immigrati. Il compito è arduo e le contraddizioni vengono fuori, così alla fine dell'anno, la ragazzina che dice di non aver imparato nulla da quell'anno scolastico è un'immagine sconfortante che deve farci riflettere. Il film non ci da risposte, non ci risolve problemi, ci mostra uno spaccato di verità e ce lo lascia interpretare. Restano le facce, gli sguardi, le grida, i battibecchi tra studenti e professore, tra le mura di una classe scolastica della periferia parigina.

29.9.08

Commedia arzilla

Il pranzo di ferragosto di G. Di Gregorio a Piazza Fiume.

Che piacere quando ti scontri con questo genere di film. Gradevole, scorrevole, leggero, pulito, una vera rarità. Il bravissimo Gianni Di Gregorio, che come attore si rivela formidabile, ha inventato una storiella perfetta, di raro candore. Metti quattro vecchiette arzille ed un bamboccione un pò in là con gli anni, metti un quartiere come Trastevere a Ferragosto e d'incanto ti ritrovi una commedia divertente e scansonata come non si ricordava da anni. In un festival veneziano che quest'anno è parso ai critici molto scarso, si è fatto strada questo film spumeggiante di cui hanno subito iniziato a parlare. Si tratta di una piccola produzione, fatta con pochi soldi, che ha avuto la luce grazie al regista di Gomorra, Matteo Garrone e che è diretto da uno dei suoi sceneggiatori, il protagonista Gianni di Gregorio. Subito uscito in poche sale ha mietuto consensi su consensi, perchè è impossibile resistervi. Così si decide di impiegare un bel sabato pomeriggio di fine settembre a piazza Fiume, un pò alla Rinascente, visto che giusto che sei lì devi accoppiare l'utile al dilettevole e successivamente al Mignon, uno dei miei cinema preferiti. Dopo due ore passate tra borse, borsette, ombrelli, abiti e profumi puoi gustarti un pò di aria di una delle zone che preferisco a Roma, magari un bell'aperitivo e subito dopo entrare in sala. L'idea è gagliarda, ma l'interpretazione di questi attori improvvisati è superiore delle attese. Un signore sessantenne che vive con la madre, alcuni suoi amici che non sanno dove piazzare le loro di madri per il ponte ferragostano e il film è fatto. Il protagonista poi è davvero un "personaggio" : elegante ma bevitore, abile in cucina, un romano di una volta. Bei dialoghi, bravissime le vecchiette, una un pò nobildonna, una con un pò di demenza senile, un'altra impasticcata e messa a dieta dal figlio, un'altra ancora passionale ed amante del divertimento e se ci aggiungiamo pure l'alcolizzato amico barbone del protagonista, carinissimo abbiamo messo su un bel gruppo. Il luogo, la magnifica vuota Trastevere d'estate è una cornice magnifica ed anche metaforica. Esci e ti senti quella sensazione di buonumore che fa tanto bene di questi tempi.

20.6.08

Cupa provincia italiana

Il resto della notte di F.Munzi

Al duetto regale Sorrentino-Garrone si è unito, a Cannes, un film minore, perchè piu' piccolo e con meno budget, ma interessante e ben diretto da Francesco Munzi. Il resto della notte tocca il tema dell'immigrazione dall'est Europa e dei furti nelle ville del nord Italia. Da una parte due fratelli romeni emigrati in Italia, che vivono in un quartiere popolare, lavorano e, per arrotondare compiono dei furti, dall'altra una matura famiglia borghese con una bella villa fuori città. Questi mondi ovviamente non sono così separati e si incontrano, in questo caso in maniera tragica. Molto equilibrato e riuscito nella ricostruzione della storia dei fratelli Ianut e Victor, un pò meno incisivo nel raccontare le vicende della famiglia italiana. Cupo e duro, per nulla addolcito da pietismi o melenserie varie, il film cerca di dare una visione piu' distante possibile senza prendere le parti di un personaggio o dell'altro. Per fotografare il film in breve si potrebbe raccontare di una giovane governante rumena licenziata per un furto sospetto che alla fine si scoprirà reale, di un assalto armato compiuto dai due rumeni e da un cocainomane nostrano terminato tragicamente, di un marito borghese traditore con la giovane collega anche se pieno di sensi di colpa e di una moglie alle prese con la ricerca della migliore tecnica di rilassamento. Tanti aspetti, tanti tagli, tante angolazioni del presente. Se ne possono dare varie interpretazioni. Qualcuno continuerà a dire che i rumeni sono pericolosi criminali, violenti e senza regole, e dirà anche che le loro donne sono altrettanto pericolose o forse ancor piu' perchè subdole e senza scrupoli, qualcun altro invece dirà che la povertà, il lavoro in condizioni difficili, la ricerca di migliori condizioni di vita a volte può portare all'illegalità violenta indipendentemente dalla nazionalità. Anche gli italiani infatti hanno le loro "debolezze" così come il tossicomane protagonista negativo, cattivo padre, persona irrecuperabile, il peggio di tutti, ma non sono impeccabili, anzi, neanche i molli e ricchi borghesi dalla villa lussuosa, ma dalla vita insulsa. Chi si salva dal film? Probabilmente i due ragazzi, che ancor giovani, hanno la possibilità di vivere in un'epoca ed un mondo piu' giusto. Chissà!

29.5.08

Le conseguenze del potere

Il divo di Paolo Sorrentino

Andreotti, un mistero. Quanto inchiostro, quanta pellicola, quanta memoria consumate per quest'essere, condiderato, da qualcuno, persino disumano, che è stato sempre, in qualche modo, in qualche ruolo, da qualche parte, al centro degli avvenimenti piu' importanti della sessantenne repubblica italiana. Tra questi una serie di casi inquietanti di cui non conosciamo ancora i mandanti. Dal sequestro e omicidio di Aldo Moro alle morti misteriose di Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli , alle stragi di Stato. Tutto ciò non lascia indifferenti, ne abbiamo viste di inchieste televisive, approfondimenti, da Minoli a Lucarelli, per citare i migliori. Farci un film, chi poteva pensarci se non Sorrentino? Chi altro poteva raccontare le sue abitudini, le sue manie, le ambiguità del personaggio, la sua fine ironia, la sua diabolica pacatezza. Chi altro poteva disegnare così abilmente i protagonisti della corrente : dal lucidissimo ed istrionico Pomicino al fido Franco Evangelisti, al ciociaro Ciarra l'imprenditore amico, allo squalo, il disinvolto Sbardella? Sorrentino ci ha abituato a disegnare personaggi fortemente caratterizzati. E l'Andreotti di questo film è parente dell'amico di Famiglia ma anche del Titta di "Le conseguenze dell'amore". Affini sono le abitudini, le manie di questi personaggi. Qui però ci troviamo di fronte ad un personaggio reale, vissuto e vivente che il regista però dall'alto della sua grande capacità artistica scandisce e rielabora come fosse un personaggio letterario. Grottesco, surreale, gli aggettivi ricorrenti nei commenti della critica e questa è anche la cifra stilistica propria dell'autore che ottimamente si presta a descrivere quello che è un monolite inestricabile. Caso atipico di potente. Il potente di solito appare come un godereccio, uno che si gode la vita, il nostro no. Le scene madri mostrano un Andreotti intimo, che va a dormire presto, che passeggia di prima mattina per raggiungere l'ufficio in una via del Corso vuota contornato dalle sole guardie del corpo o vive le serate in compagnia della cara moglie davanti alla tv magari con Renato Zero che canta "I migliori anni della nostra vita". Vive tra continui mal di testa e turbato dagli incubi ricorrenti per le lettere scritte da Aldo Moro. Il suo potere forse è la sua capacità di resistere al potere mentre tutti gli altri sono già morti.
Che c'è di piu' importante in un film che saper analizzare l'intimo di un uomo specialmente quando quest'uomo raccoglie i segreti di una nazione? Dunque non possiamo che applaudire la decisione della giuria di Cannes di premiarlo.
Wil

19.5.08

Lasciate perdere Scorsese!

Gomorra di Matteo Garrone

L'inizio è incredibile, d'impatto, impressionante e quando arriva la musica di Raffaello con la sua "Bambola" sulla scritta Gomorra dei titoli, l'emozione è indescrivibile. Subito crudo, duro, con un bel massacro tra lo sfondo bluastro delle docce solari e l'immersione nel cuore film è già effettua. Per la riproposizione cinematografica, obbligata dopo il successo del libro di Saviano, si è puntato, per fortuna, su uno dei due piu' bravi registi italiani della nuova generazione. E Garrone non ha perso l'occasione di realizzare un capolavoro. Dopo il meraviglioso "Imbalsamatore" ci aspettavamo molto dal regista romano e molto abbiamo ottenuto. Non era facile, perchè da un libro del genere, si correva il rischio di farne una copia, di non aggiungere nulla al già detto. Invece le immagini mozzafiato, il bel ritmo, la melodrammatica musica neomelodica hanno dato una eccellente dotazione estetica al già importante contenuto di denuncia che viene importato integralmente dal "romanzo". Come dimenticare i due giovani e pasoliniani aspiranti camorristi che sparano coi kalashnikov e lanciafiamme sulla spiaggia vestiti solo di slip o la scena del sarto che insegna come confezionare un abito di alta moda in una fabbrica cinese illuminatissima nel cuore della notte campana o il grande supermarket dello spaccio di Scampia pullulante di vita e di morte o l'immagine della grande cava con i ragazzini che guidano i camion dei rifiuti tossici. E come non rimanere irretiti dalla colonna sonora fatta di canzoni come "Macchina 50 " di Rosario Miraggio o Esageratamente cantata da Anthony oppure la già citata "La nostra storia" di Raffaello per non parlare poi di "Ma si vene stasera" eccetera eccetera con lo sfondo del pezzo originale dei Massive Attack.Bravo Garrone, un pezzo di bravura che illumina la situazione dell'illegalità in Italia, regalando emozione, intensità, piacere estetico. Evviva Gomorra
La scena delle armi

9.5.08

E bravo Mastrandrea !

Non pensarci di G.Zanasi

E ancora Mastrandrea, che esce in contemporanea con due film. Quest'attore, ormai affermato, riesce a dar linfa a qualsiasi film gli capiti e gliene stanno capitando di buoni. Penso che li scelga con attenzione evitando quelli troppo scemi. Questa serietà gli ha dato modo di essere nominato anche co-direttore del teatro del Quarticciolo insieme alla Cortellesi. Due romani di quelli in gamba!
Di solito il nostro intepreta il personaggio del trentenne-trentacinquenne in continua crisi con il suo ruolo nella società. Così in questa bella commedia familiare, "Non Pensarci in cui ha un ruolo centrale che regge con bravura. Famiglia benestante, industriali, tre figli, uno prosegue l'attività del padre, gli altri due cercano strade esterne sfuggendo all'oppressione di una vita già delineata. E così, al ritorno a casa del chitarrista rock in decadenza, tra crisi economica, le ciliege sciroppate non tirano piu', crisi familiari, crisi personali varie, si vive un'ora e mezza divertente, senza proclami, in stile minimal, toccando con leggerezza diversi spaccati dell'Italia attuale. Alcune parti magari sono un pò sconclusionate e mal si appiccicano al tutto, ma nel complesso si fa vedere e si può vedere.
Wil