18.7.10

Letto da grandi è tutta un'altra cosa

Le avventure di Pinocchio di Collodi

Ad un certo punto della mia vita mi sono accorto di non aver letto mai per intero "Le avvventure di Pinocchio. Avevo visto lo sceneggiato televisivo, i vari cartoni animati, posseduto un Pinocchio di gomma con luce incorporata, ma non ricordo di aver avuto il libro tra le mani. Sicuramente ricordo ammonimenti ricevuti da piccolo del tipo "Non dire bugie altrimenti ti cresce il naso come Pinocchio!" e via di seguito. Pinocchio è alla base dell'educazione della mia generazione, ma non ha avuto molto effetto : i bambini buoni e ubbidienti erano già pochi all'epoca e col tempo se ne sono persi molti altri. Diciamo che solo i piu' ingenui sono stati traviati dal burattino di legno, ma non è un grosso male che ci sia ancora chi non racconta menzogne a causa di letture giovanili. Il libro "Le avventure di Pinocchio", scritto da Collodi, è altro dall'immagine edulcorata della versione disneyana che se n'è impadronita; esso è in realtà un libro per grandi con assassini, ladri, morti e colpi di scena che farebbero impallidire anche Tarantino. Ed una delle frasi storiche del mio professore di matematica del liceo era proprio questa " Pinocchio letto da grandi è tutta un'altra cosa". Il primo livello di lettura, quello della storia in sè è proprio piacevole: favola, magia, scoperta, fantasia, noir. Personaggi meravigliosi tra l'umano e l'animale come il grillo parlante, Mangiafuoco, Lucignolo, la Bella Bambina dai Capelli Turchini, il Gatto e la Volpe, il giudice Acchiappacitrulli, il pescecane (che non è una "balena"). Luoghi del subconscio come il Gran Teatro dei Burattini, il Campo dei Miracoli, l'osteria del Gambero Rosso, il paese delle Api industriose, il mitico Paese dei Balocchi. Per il resto gli sono state affibiate le letture piu' disparate, le piu' assurde da quella ovvia pedagogica a quelle psicologiche, politiche o religiose che non fanno altro che confermare la peculiarità dell'opera. Pinocchio è anche un simbolo disincato di ribellione ai canoni della società ottocentesca, che viene sì piegato, ma che ci prova in ogni modo. Per l'infanzia invece credo sia un pò inadeguato, troppo inquietante e troppo strumentalizzato. A tutto ciò aggiungiamo una citazione delle illustrazioni originali di Mazzanti che danno un contributo quasi "gotico" al racconto. Per finire come non ricordare Calvino che parlava di ritmo e sintassi delle immagini e metamorfosi che fanno sì che ogni episodio segua l'altro in una concatenazione propulsiva, o della duttilità con cui il romanzo si offre alla perpetua collaborazione del lettore. Questo ha dato un successo internazionale al libro.
C'era una volta...
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.

6.7.10

Tamburino antinazista

Il tamburo di latta di Gunther Grass

Quest'estate ce ne andiamo a Danzica. Nella città polacca che in passato è stata prussiana, ha goduto di un governo autonomo, è stata occupata dal terzo reich per tornare infine alla Polonia, si svolgono le vicende del libro che ho appena letto con grande piacere. Il Tamburo di latta di Gunter Grass è un'opera importante, densa, lunga, ma veramente deliziosa. Essa narra le vicende di un piccolo tamburino che reagisce a suo modo nei confronti dei tristi fenomeni storici del novecento. Decide di non crescere piu' : "I don't wonna grow up" come nella canzone di Tom Waits. Oscar Matzerath a tre anni smette di aumentare la sua statura, ma non la sua materia cerebrale. L'altra sua arma contro le convenzioni della società borghese è il tamburino che rullato a dovere riesce a rompere i vetri delle case, delle scuole, delle chiese. Nel libro si scorrono pagine di storia, attraverso un mondo fatto di fantasia, visionarietà, metafora, frutto di una mente di grande genialità. Rimangono impresse, grazie al loro potere evocativo, le svariate immagini simboliche di cui rigurgita l'opera. Come non ricordare le quattro gonne della nonna, la statua di Gesù bambino col tamburino al collo, l'eroica difesa della posta polacca, la Cantina delle Cipolle, le partite a skat,il cimitero di Saspe, il negozio di generi coloniali, la testa di cavallo con le anguille dentro, la cuoca nera. Restano impressi anche i personaggi tutti fortemente caratterizzati dalla mamma adultera ai due padri Matzerat e Jan Bronski, e poi Shugger Leo, Herbert Truckczinski e le sue cicatrici, Bebra discendente del principe Eugenio, fino alle amanti, l'esperta signora Gretchen, la piccola Raguna, e l'amore della vita Maria. Un intero album fotografico di caratteri, odori, colori differenti. I sensi sono coinvolti globalmente nella lettura, e dopo qualche senso iniziale di straniamento ci si lascia coinvolgere da questa favola storica. Non è un caso che vi abbiano tratto un film di successo, la pellicola è già impressa dopo una lettura. Il tamburo di latta non è una passeggiata per la complessità del racconto, lo stile un pò barocco, ma dopo un pò ci si appassiona. Ci si affeziona a Oskar, ai suoi eccessi, alla sua dolcezza, alla sua ironia, al suo modo di vedere il mondo. Oscar è un comico, un satiro, un folletto cattivo, un amante lussurioso, un bambino incompreso, un rivoluzionario, è un eroe del nostro tempo. La lettura di questo romanzo non lascia affatto indifferenti. Consigliatissimo.
Concludo con qualche passaggio :

il tamburo dei tre anni :

[...] mi attenni al tamburo, e dal mio terzo compleanno in poi non crebbi di un dito, rimasi il bambino di tre anni, ma anche il tre volte furbo, che tutti gli adulti sorpassavano in altezza, ma che a tutti gli adulti doveva essere tanto superiore, che non avrebbe voluto misurare neanche la propria ombra con la loro, che di mente e di corpo era ormai un uomo fatto, mentre quelli ancora da vegliardi dovevano preoccuparsi del loro sviluppo, che non faceva altro che farsi confermare quello che essi a fatica e spesso dolorosamente dovevano sperimentare, che di anno in anno non aveva bisogno di scarpe e di calzoni più grandi per dimostrare che qualcosa in lui cresceva."
dolce con Maria
"Ascolta, Maria ti faccio una bella proposta: potrei comprarmi un compasso e tracciare un cerchio attorno a noi, misurare col medesimo compasso l'inclinazione del tuo collo mentre tu leggi, cuci, o, come adesso, giri la manopola della mia radio portatile. [...] Una bella proposta: potrei farmi vaccinare gli occhi ed essi verserebbero ancora qualche lacrima. Volentieri Oskar pregherebbe il macellaio qui all'angolo di passargli il cuore nel tritacarne se tu facessi altrettanto della tua anima. Potremmo anche comperarci un animale di stoppa e porlo tra noi due, lieti di vederlo stare tranquillo. Se mi procurassi dei lombrichi e tu avessi pazienza, potremmo andare a pescare ed essere felici. O la polverina effervescente di quella volta...ti ricordi? Tu mi chiami asperula, io divento effervescente, tu chiedi ancora di me e io ti accontento - la polverina, Maria, una bella proposta!"
la mitica Cantina delle Cipolle
Ma nella cantina di Schmuh non c'erano né le une né l'altro, non c'era niente da mangiare, e chi voleva mangiare qualcosa doveva andare altrove, al "Pesciolino" per esempio, e non nella "Cantina delle Cipolle," perché lì si affettavano soltanto cipolle. E perché? Perché la cantina si chiamava così ed era qualcosa di speciale, perché le cipolle, le cipolle affettate, a ben guardare ...
No, i clienti di Schmuh, o almeno alcuni di essi, non vedevano più niente, i loro occhi straripavano, e non perché avessero i cuori così gonfi; perché non è detto che gli occhi debbano straripare quando il cuore è gonfio: molti non ci arrivano mai, specialmente da qualche decennio in qua, e perciò il nostro secolo verrà chiamato in futuro il secolo senza lacrime, benché vi sia ovunque tanta sofferenza.
E proprio per questa carenza di lacrime la gente che poteva permetterselo andava nella cantina di Schmuh. Si faceva servire dal padrone una tavoletta - maiale o pesce - e un coltello da cucina per ottanta pfennig, e una volgare cipolla da cucina di giardino o di campo per dodici marchi, la tagliava sempre più piccola, finché il succo produceva il suo effetto. Quale effetto? Quello che il mondo e il dolore del mondo non producevano più: la rotonda lacrima umana. Allora si piangeva. Si tornava finalmente a piangere. Si piangeva con decenza, si piangeva senza inibizioni, si piangeva sfrenatamente. Il flusso scorreva e dilagava. Arrivava la pioggia. Cadeva la rugiada. A Oskar venivano in mente chiuse che si aprivano. Dighe infrante dall'alta marea. Ma come si chiama quel fiume che straripa ogni anno, senza che il governo ci faccia niente?

E, dopo il fenomeno naturale da dodici marchi e ottanta, l'uomo che ha esaurito le sue lacrime parla. Ancora esitanti, stupiti dei loro nudo linguaggio, i clienti della "Cantina," dopo la degustazione delle cipolle, si abbandonavano ai loro vicini, sulle scomode casse dalla fodera ruvida, si lasciavano interrogare, rivoltare come cappotti.


4.6.10

Fontane e acquazzoni

Gita a villa d'Este

Nonostante le minacce piovose di una primavera poco consona alle uscite fuori porta forziamo la mano e decidiamo di osare la gita a Tivoli per vedere Villa D'Este. Ci sono stato in quinta elementare ed è ora di ritornarci. Le nuvole danno contribuiscono a dare una luce argentata al paesaggio. La villa è situata nella parte alta del paese accanto al centro storico. Non si fa fatica a raggiungerla, ma occorre chiedere qualche informazione ai passanti. La dimora estense è introdotta da una piazzetta con una bella chiesetta che sembra antica, ma non siamo qui per questo, casomai dopo. Veniamo al palazzo che è imponente ed ampiamente decorato. C'è un bel chiostro appena si entra, ma visto il tempo è meglio scendere giu' per visitare il giardino. Da una bella scala con loggia si arriva in quello che già dall'alto appare come un bel posto dove scorrazzare su e giu' come amava fare Ippolito D'Este. Scegliamo un percorso, tra i tanti possibili e scopriamo una ad una le tante fontane, aiuole e statue. Ce n'è una enorme,la fontana dell'Organo, con maestose decorazioni barocche dalla quale ad orari predeterminate esce una musichetta graziosa. Zampilli, getti, gorgoglii di acque da ogni dove. C'è bisogno di una mezz'oretta per visitarle tutte, ma è piacevole restarci un pò di piu'. Così si gira tra personaggi mitologici con la fontana di Nettuno, quella di Proserpina o quella tettuta della Dea Natura. Si giunge quindi alla Rometta, la dea Roma, con la Lupa e una bella barca molto scenografiche. Infine si percorre il corridoio delle cento fontane, ma di fretta che qualche goccia inizia a cadere. Dopo avere faticosamente ripercorso le ripide scale che ci riportano al palazzo del cardinale, torniamo ad approfondire il giro delle sale affrescate e terminiamo, visto che fuori c'è il diluvio con il video della casa sulla storia di Villa d'Este. Non male. Il diluvio continua ancora e la strada verso casa diventa un'avventura, scarsa visibilità, grandine e pozzanghere, ma a Roma ci aspetta il sole.

31.5.10

Dura la vita, ma indietro non si torna

La nostra vita di Daniele Lucchetti

Ancora una volta un bel film di Lucchetti. Ci piace sempre quest'autore che ha sempre uno sguardo sincero sulla realtà che rappresenta. Questa volta si sposta nella nuova periferia urbana, la Roma di Ponte di Nona, un quartiere enorme nato in pochi anni attorno ad un centro commerciale. Un quartiere di case nuove neanche troppo brutte che non può far di certo pensare alle degradate periferie del dopoguerra, ma di quelle conserva la lontananza con la centralità amministrativa. Difatti qui non c'è una scuola, una fermata del treno, una caserma dei carabinieri e raggiungere Roma è impegnativo. La città, a causa della speculazione edilizia, si svuota, alimentando questi nuovi quartieri senza servizi. "La nostra vita" oltre a ciò osserva la condizione del lavoro in questi grandi cantieri, popolati di imprenditori senza scrupoli e lavoratori, in gran parte extracomunitari, sfruttati. In questo contesto si installa la storia del bravissimo Elio Germano alle prese con una tragedia immane. Tutto viene sconvolto, il lavoro, la famiglia, il rapporto con gli altri. Ma la vita va avanti ed in qualche modo bisogna pur campare. L'iniziale traccia di commedia proletaria, c'è qualche battuta, si fa qualche risata, lascia spazio ad un film duro da digerire e forte da vivere. E il regista riesce a non far sentire troppo la sua mano, lasciandoci vivere la realtà cosi com'è, senza tesi precostituite da proporre. Molto bravi tutti gli attori, utilizzati a volte in ruoli per loro atipici, come Raoul Bova alle prese con un giovanotto timido, con difficoltà nell'approccio con l'altro sesso, o Luca Zingaretti in quello di un simpatico usuraio disabile, alla sempre brava Ragonese che purtroppo termina subito la sua parte, fino al bravissimo ragazzo rumeno che ha un personaggio chiave nella storia. Attraverso gli occhi di questo giovane, che conserva uno sguardo puro sul mondo, si ha un punto di vista piu' umano e meno corrotto dallo stile di vita moderno. Una speranza per il futuro.

24.5.10

Architettura fascista

Visita all'Inps e all'Eur

Ogni volta che arrivo all'Eur provo un'emozione. Dopo l'ultima curva della Cristoforo Colombo che anticipa piazza Marconi si apre uno scenario di grande impatto. Le bianche costruzioni che si ingrandiscono a mano a mano che ci avviciniamo sono un set cinematografico ideale. Questa volta non andiamo al Palazzo dei Congressi come ci capita ad esempio a marzo, per l'iscrizione alla maratona di Roma o a dicembre, per la fiera della piccola e media editoria. La scusa di questa volta è una speciale visita al palazzo dell'INPS. In questo fine settimana è possibile visitare la sede storica con una collezione di dipinti di proprietà dell'ente. Per la verità queste tele non sono granchè, pezzi del 1963 acquisiti per un concorso per giovani autori e qualche altra opera piu' antica, ma di poco migliore. Quello che ci interessa è la struttura in sè, a livello architettonico. Della visita ricordiamo la sala riunione rotonda con l'ampia vetrata che da su Piazza Marconi, le scale di metallo, le rifiniture con la scritta inps, gli ampi corridoi, i marmi con i bassorilievi presenti all'esterno, ed alcuni interessanti mosaici dell'epoca. E pensare che durante il fascismo si è costruito con un certo criterio e "gusto" che può non piacere, ma ha una sua logica. Se decontestualizziamo le opere del ventennio dimenticandoci del duce (operazione quasi impossibile) le possiamo valutare da un punto di vista estetico urbanistico, osservando il grande rigore formale, la maestosità, la bellezza decadente. Il quartiere dell'esposizione mancata del '42 è il massimo livello dell'architettura razionalista che, già presente in Italia in epoca Giolittiana, sicuramente durante il fascismo ha avuto modo di esplicarsi adeguandosi allo stile celebrativo del regime, ma rimanendo comunque interessante. Non inoltriamoci in diquisizioni tra l'architettura e la storia e la sociologia, ma proseguiamo con la nostra passeggiata, uscendo dalla mostra, attraversando il mercatino di antiquariato allestito davanti all'affascinante palazzo della civiltà e del lavoro. Chi è appassionato di queste chincagliere avrà facilità nel trovare qualche oggettino da incamerare. Noi guardiamo e passiamo oltre, saltando il caffè Palombini, quello dei fighetti, e raggiungendo l'argine interno del laghetto artificiale dell'Eur. Ma fa troppo caldo....

18.5.10

Consenso e potere

Draquila di Sabina Guzzanti

Ha avuto un tappeto rosso stesogli innanzi dalle polemiche che, dal tempo della preparazione del film fino alle dichiarazioni dell'insulso Bondi, si sono scatenate a riguardo. Ma il successo di Draquila non è solo dovuto al marketing televisivo. Esso è un buon lavoro anche dal punto di vista artistico, oltre che giornalistico e satirico. La Guzzanti ha realizzato un film alla maniera di Michael Moore, cioè un'inchiesta forte, con delle tesi pesanti, chiare, che si leggono spesso sui giornali ma che lei è riuscita a sintetizzare con delle immagini significative. Draquila infatti non è solo un film su L'Aquila e sull'autoritaria gestione del terremoto da parte della protezione civile. La tesi è piu' generale : c'è un sistema di potere instaurato dal presidente del consiglio che attaverso eventi quali il terremoto trova modo per fare affari e allo stesso momento ottenere consenso. Per Berlusconi, il terremoto è stata una manna dal cielo per risalire nei sondaggi dopo il caso Noemi. Inoltre, ancora una volta, si è scatenata la macchina della Protezione civile e sono stati dati «poteri speciali all'uomo speciale» Guido Bertolaso, il braccio operativo del presidente del Consiglio. Efficienza e affari. Tutto senza che i cittadini aquilani siano stati mai stati consultati sul destino proprio e della propria città. Tutte queste tesi sono state ampiamente scritte sui giornali seri, ma riassunte e ordinate, assemblate con sagacia in un film documento che utilizza anche la satira per rendere piu' digeribile l'amara medicina è di importante incisività. E forse la brava artista, che ha spesso le porte chiuse in faccia sul piccolo schermo, ha trovato l'occasione di dire la sua, oltre che una maniera che piu' le si confà per esprimere tutto il suo valore.


3.5.10

Giovani dentro

Concertone del primo maggio




Il primo maggio è molto adatto alla scampagnata, all'uscita fuori porta, o ad un viaggio di piu' giorni sfruttando, se capita, un ponte. Ma se, per un motivo o per un altro, per noia o per lavoro si rimane in città, una capatina al concertone non è una pessima idea. L'occasione è anche buona per fare due passi dalle parti de via Merulana, quella der Pasticciaccio, o svirgolare un pò verso l'Esquilino. Si va nel tardo pomeriggio che sennò non si regge fino a sera. Fa sempre uno strano effetto tuffarsi in questo mondo fatto di musica che si sente da un chilometro di distanza, da una marea umana che si muove, beve, fuma e fa pipì. Da una parte una serie di furgoncini che riscaldano montagne di panini con salsiccia, nella calca una mandria di ambulanti che si fanno strada energicamente trasportando un carretto di lattine e ghiaccio . Gente ubriaca, fumata, tatuata, inanellata, griffata, quasi tutti ragazzini o poco piu'. L'eccesso è giovane si sa. Si ha il tempo di ascoltare qualche scampolo di un gruppo sconosciuto che si va in pausa. Questa è l'occasione per fuggire un pò dal caos, e se ne sente il bisogno nonostante si stia ai margini della piazza. Rifocillati e ristorati mentalmente si torna al concertone in un'atmosfera che nel frattempo è cambiata. Ci accorgiamo del palco e degli schermi luminosi installati che lo rendono uno dei piu' belli degli ultimi tempi. L'effetto è molto piacevole e il primo artista, Paolo Nutini, canta qualcosa di allegro che rende festosa la serata. A seguire Carmen Consoli che a me non è mai dispiaciuta e dal vivo è sempre brava. Ci guardiamo attorno, l'età media è cresciuta e l'oscurità attenua le differenze. Finalmente i Baustelle, che riescono ad essere orecchiabili e raffinati allo stesso tempo, si inizia a cantare a voce alta. E poi l'exploit di Vinicio Capossela che come sempre allestisce quello che non è un semplice concerto ma una rappresentazione in musica. Coinvolti dalla musica, si salta, si balla, si canta, si suda, ci si emoziona. Una bella serata, peccato che i tram terminano presto il loro servizio.