I Cohen uno se li ricorda, o almeno io, sempre in relazione alle commedie brillanti tipo Mister Hula Hoop o Il grande Lebowski, ma poi vedi questo film e ti vengono in mente che hanno realizzato opere "con sangue sparso qua e la" come Fargo o Barton Fink. "Non è un paese per vecchi" è un film di quelli, anzi peggio. Un personaggio come quello di Javier Bardem che ti fa crepare di paura e sudare anche a febbraio, con quei capelli a caschetto, quello sguardo da matto, e quella bombola ad aria compressa col proiettile pronto a bucare il cranio di chicchessia, non si dimentica facilmente. Non è piu' il tempo degli indiani e delle frecce, i luoghi sono gli stessi, grandi steppe assolate e desertiche ai confini col Messico, ma ora si gioca pesante, ci sono traffici di droga, valige piene di soldi, armi micidiali e personaggi senza scrupoli. Lo sceriffo invece viene dal vecchio West, duro e aspro, ma leale, uno di quei personaggi così cari a Clint Eastwood, ma la brutalità, la disumanità crescente e la mancanza del senso di giustizia odierna non fanno piu' per lui. Violenza, violenza e violenza, quasi parodistica per quanto è eccessiva, si soffre, si è sempre sotto tensione, ma la storia è avvincente, vuoi vedere la fine, speri nella fine, ma arriva prima la fine di qualche personaggio in cui hai riposto speranze che la fine del film. Alla fine morti tutti, o quasi, il film può finire. Una regia perfetta, uno dei migliori risultati dei Cohen sicuramente all'altezza del bellissimo Fargo. Chi non ama il sangue e le immagini forti, li capisco, ma in questi ultimi anni si perdono molti film interessanti. Wil
9.3.08
Non è un film per vecchi, ma neanche per bambini
Non è un paese per vecchi dei Cohen

I Cohen uno se li ricorda, o almeno io, sempre in relazione alle commedie brillanti tipo Mister Hula Hoop o Il grande Lebowski, ma poi vedi questo film e ti vengono in mente che hanno realizzato opere "con sangue sparso qua e la" come Fargo o Barton Fink. "Non è un paese per vecchi" è un film di quelli, anzi peggio. Un personaggio come quello di Javier Bardem che ti fa crepare di paura e sudare anche a febbraio, con quei capelli a caschetto, quello sguardo da matto, e quella bombola ad aria compressa col proiettile pronto a bucare il cranio di chicchessia, non si dimentica facilmente. Non è piu' il tempo degli indiani e delle frecce, i luoghi sono gli stessi, grandi steppe assolate e desertiche ai confini col Messico, ma ora si gioca pesante, ci sono traffici di droga, valige piene di soldi, armi micidiali e personaggi senza scrupoli. Lo sceriffo invece viene dal vecchio West, duro e aspro, ma leale, uno di quei personaggi così cari a Clint Eastwood, ma la brutalità, la disumanità crescente e la mancanza del senso di giustizia odierna non fanno piu' per lui. Violenza, violenza e violenza, quasi parodistica per quanto è eccessiva, si soffre, si è sempre sotto tensione, ma la storia è avvincente, vuoi vedere la fine, speri nella fine, ma arriva prima la fine di qualche personaggio in cui hai riposto speranze che la fine del film. Alla fine morti tutti, o quasi, il film può finire. Una regia perfetta, uno dei migliori risultati dei Cohen sicuramente all'altezza del bellissimo Fargo. Chi non ama il sangue e le immagini forti, li capisco, ma in questi ultimi anni si perdono molti film interessanti. Wil
I Cohen uno se li ricorda, o almeno io, sempre in relazione alle commedie brillanti tipo Mister Hula Hoop o Il grande Lebowski, ma poi vedi questo film e ti vengono in mente che hanno realizzato opere "con sangue sparso qua e la" come Fargo o Barton Fink. "Non è un paese per vecchi" è un film di quelli, anzi peggio. Un personaggio come quello di Javier Bardem che ti fa crepare di paura e sudare anche a febbraio, con quei capelli a caschetto, quello sguardo da matto, e quella bombola ad aria compressa col proiettile pronto a bucare il cranio di chicchessia, non si dimentica facilmente. Non è piu' il tempo degli indiani e delle frecce, i luoghi sono gli stessi, grandi steppe assolate e desertiche ai confini col Messico, ma ora si gioca pesante, ci sono traffici di droga, valige piene di soldi, armi micidiali e personaggi senza scrupoli. Lo sceriffo invece viene dal vecchio West, duro e aspro, ma leale, uno di quei personaggi così cari a Clint Eastwood, ma la brutalità, la disumanità crescente e la mancanza del senso di giustizia odierna non fanno piu' per lui. Violenza, violenza e violenza, quasi parodistica per quanto è eccessiva, si soffre, si è sempre sotto tensione, ma la storia è avvincente, vuoi vedere la fine, speri nella fine, ma arriva prima la fine di qualche personaggio in cui hai riposto speranze che la fine del film. Alla fine morti tutti, o quasi, il film può finire. Una regia perfetta, uno dei migliori risultati dei Cohen sicuramente all'altezza del bellissimo Fargo. Chi non ama il sangue e le immagini forti, li capisco, ma in questi ultimi anni si perdono molti film interessanti. Wil
20.2.08
Il profumo della mortadella
Tre giorni a Bologna

Per la serie "Non ci sono mai stato" abbiamo scelto Bologna per una gita invernale di due giorni . Visto che non è molto lontana da Roma, per questo tipo di viaggio che si basa sulla visita di un centro storico, il treno è comodissimo; poi si sceglie un bed and breakfast, un pò meno caro ed un pò piu' fantasioso di un albergo, e si parte. Il gestore del locale a vederlo non sembrava molto affidabile, un ragazzo dalla faccia un pò sballata, allucinata, ma si è dimostrato all'altezza del ruolo, disponibile ed educato. Alla fine ho capito che a Bologna i giovani sono "fatti" tutti così. Ma veniamo alla scoperta della città, la prima sera, a passeggio. Bologna, si sa, è famosa per i tortellini e la nostra gola non avrebbe chiesto di meglio, ma la delusione è stata enorme in quanto a quantità. Uno che vuole farsi una bella mangiata di tortellini rimane enormemente deluso vedendone dieci contati sul piatto, che magari è anche grande, il piatto. E poi il fatto che sono deliziosi non fa che accrescere la delusione. Mica puoi chiedere il bis? Veniamo ai monumenti e iniziamo con la carrellata... Piazza Maggiore, tutti i palazzi lì intorno, Municipio compreso, peccato che mancasse Cofferati, e poi l'antica Università, bello il gabinetto di Medicina, le due torri, alte e dalla faticosa salita, il Palazzo di Re Enzo, da fuori, ed infine la Pinacoteca, degna custode dei capolavori di Guido Reni, dei Carracci, di Guercino e compagnia. Le chiese meritano un discorso a parte, soprattutto il complesso di Santo Stefano definito la "Piccola Gerusalemme" è stata una sorpresa inaspettata, almeno per me, da una città come Bologna. Non ne sapevo nulla e sono rimasto impressionato dalla qualità storica ed estetica dell'insieme di chiese e cappelle e monastero (le sette chiese) perfettamente incastonate nell'architettura della città e degnamente introdotte da una bella e ciottolosa e triangolare piazza. Ottime le caramelle al miele e propoli presso il convento. Poi ovviamente, di alto livello, San Petronio, San Francesco e San Domenico, la chiesa dei Servi, non ci siamo fatti mancare niente.
Ma cosa rimane di Bologna dopo lunghe passeggiate? Il rosso della pietra che decora molti palazzi e l'infinità di portici che le danno peculiarità e che mi ricordano il mio professore di matematica che: "Ogni chilometro di portici ripassavo tre teoremi". Ed infine gli studenti, ma piu' in generale la vita notturna, la vita un pò sbandata e un pò "Punkabbestia" dei giovani e non piu' giovani di questa città che fanno la pipì in piazza Verdi o in via Zamboni e bevono le birre e fanno rumore, un pò sano divertimento, un pò bivacco e disturbo. La stretta di Cofferati non sembra bastare. Ma soprattuto di Bologna ci resta in bocca il sapore della mortadella degustata in un salumificio del centro, un pò antipatici sti emiliani, ma buono che buono !!! Tutto.
Wil
Per la serie "Non ci sono mai stato" abbiamo scelto Bologna per una gita invernale di due giorni . Visto che non è molto lontana da Roma, per questo tipo di viaggio che si basa sulla visita di un centro storico, il treno è comodissimo; poi si sceglie un bed and breakfast, un pò meno caro ed un pò piu' fantasioso di un albergo, e si parte. Il gestore del locale a vederlo non sembrava molto affidabile, un ragazzo dalla faccia un pò sballata, allucinata, ma si è dimostrato all'altezza del ruolo, disponibile ed educato. Alla fine ho capito che a Bologna i giovani sono "fatti" tutti così. Ma veniamo alla scoperta della città, la prima sera, a passeggio. Bologna, si sa, è famosa per i tortellini e la nostra gola non avrebbe chiesto di meglio, ma la delusione è stata enorme in quanto a quantità. Uno che vuole farsi una bella mangiata di tortellini rimane enormemente deluso vedendone dieci contati sul piatto, che magari è anche grande, il piatto. E poi il fatto che sono deliziosi non fa che accrescere la delusione. Mica puoi chiedere il bis? Veniamo ai monumenti e iniziamo con la carrellata... Piazza Maggiore, tutti i palazzi lì intorno, Municipio compreso, peccato che mancasse Cofferati, e poi l'antica Università, bello il gabinetto di Medicina, le due torri, alte e dalla faticosa salita, il Palazzo di Re Enzo, da fuori, ed infine la Pinacoteca, degna custode dei capolavori di Guido Reni, dei Carracci, di Guercino e compagnia. Le chiese meritano un discorso a parte, soprattutto il complesso di Santo Stefano definito la "Piccola Gerusalemme" è stata una sorpresa inaspettata, almeno per me, da una città come Bologna. Non ne sapevo nulla e sono rimasto impressionato dalla qualità storica ed estetica dell'insieme di chiese e cappelle e monastero (le sette chiese) perfettamente incastonate nell'architettura della città e degnamente introdotte da una bella e ciottolosa e triangolare piazza. Ottime le caramelle al miele e propoli presso il convento. Poi ovviamente, di alto livello, San Petronio, San Francesco e San Domenico, la chiesa dei Servi, non ci siamo fatti mancare niente.
Ma cosa rimane di Bologna dopo lunghe passeggiate? Il rosso della pietra che decora molti palazzi e l'infinità di portici che le danno peculiarità e che mi ricordano il mio professore di matematica che: "Ogni chilometro di portici ripassavo tre teoremi". Ed infine gli studenti, ma piu' in generale la vita notturna, la vita un pò sbandata e un pò "Punkabbestia" dei giovani e non piu' giovani di questa città che fanno la pipì in piazza Verdi o in via Zamboni e bevono le birre e fanno rumore, un pò sano divertimento, un pò bivacco e disturbo. La stretta di Cofferati non sembra bastare. Ma soprattuto di Bologna ci resta in bocca il sapore della mortadella degustata in un salumificio del centro, un pò antipatici sti emiliani, ma buono che buono !!! Tutto.
Wil
27.1.08
Quant'è buono il cous cous
Cous Cous di Abdellatif Kechiche
C'era un film al festival di Venezia, Venezia sì non Cannes, acclamato unanimemente dalla critica, che però non ha vinto il Leone d'Oro. Questo film si chiamava "La graine et le mulet", si chiamava perchè nel frattempo ha cambiato nome nel piu' semplice "Cous cous", citando solo una delle due componenti del titolo originale mancando del "mulet" ossia del pesce. La semola ed il suo condimento, che può essere verdura o carne o pesce, (a me riesce particolarmente buono, ci metto salmone e mazzancolle) sono elementi che si uniscono per comporre uno squisito piatto, tipico della cultura maghrebina. Ma l'incontro di gruppi sociali differenti, provenienti da culture diverse non porta quasi mai ad una convivenza pacifica e sana tra individui. E questa è una chiave di lettura di questo bellissimo film che racconta una bella storia della periferia marsigliese utilizzando al meglio il linguaggo cinematografico senza cadere mai nel demagogico o nel pietismo. Un film lieve anche se lungo, un racconto corale che narra di uomini e donne, che si sofferma sui loro sguardi, sui loro sentimenti, sui loro contrasti, sulle loro incomprensioni causate dalla fatica del vivere ma anche del desiderio di riscatto sociale. Conflitto etnico e conflitto generazionale oltre i luoghi comuni che marchiano i sei milioni di arabi che vivono in Francia. Dentro questo film scorre la vita. Esemplari ed emozionanti sono le scene conviviali, a tavola si chiacchiera, si fanno pettegolezzi, si ragiona, si litiga, oppure si è a tavola per propiziare la nuova attività di Slimane. Altre scene emblematiche sono la litigata-sfogo tra lacrime e naso che cola di Rym che cerca di convincere la madre di andare alla cena e di dimostrare che la sua rivale è un'orribile odiosa cicciona malvestita stracciona ridicola spettinata o la scena sensuale sempre di Rym che balla con il ventre che è anche il richiamo del battage pubblicitario. Purtroppo per il protagonista le cose non vanno come vorremmo, ma la vita è anche questo.
Sarebbe bello rivederlo in lingua originale, con la traduzione immagino si sia perso molto visto la prorompenza dei dialoghi, per ora mi accontento del trailer qui sotto.
C'era un film al festival di Venezia, Venezia sì non Cannes, acclamato unanimemente dalla critica, che però non ha vinto il Leone d'Oro. Questo film si chiamava "La graine et le mulet", si chiamava perchè nel frattempo ha cambiato nome nel piu' semplice "Cous cous", citando solo una delle due componenti del titolo originale mancando del "mulet" ossia del pesce. La semola ed il suo condimento, che può essere verdura o carne o pesce, (a me riesce particolarmente buono, ci metto salmone e mazzancolle) sono elementi che si uniscono per comporre uno squisito piatto, tipico della cultura maghrebina. Ma l'incontro di gruppi sociali differenti, provenienti da culture diverse non porta quasi mai ad una convivenza pacifica e sana tra individui. E questa è una chiave di lettura di questo bellissimo film che racconta una bella storia della periferia marsigliese utilizzando al meglio il linguaggo cinematografico senza cadere mai nel demagogico o nel pietismo. Un film lieve anche se lungo, un racconto corale che narra di uomini e donne, che si sofferma sui loro sguardi, sui loro sentimenti, sui loro contrasti, sulle loro incomprensioni causate dalla fatica del vivere ma anche del desiderio di riscatto sociale. Conflitto etnico e conflitto generazionale oltre i luoghi comuni che marchiano i sei milioni di arabi che vivono in Francia. Dentro questo film scorre la vita. Esemplari ed emozionanti sono le scene conviviali, a tavola si chiacchiera, si fanno pettegolezzi, si ragiona, si litiga, oppure si è a tavola per propiziare la nuova attività di Slimane. Altre scene emblematiche sono la litigata-sfogo tra lacrime e naso che cola di Rym che cerca di convincere la madre di andare alla cena e di dimostrare che la sua rivale è un'orribile odiosa cicciona malvestita stracciona ridicola spettinata o la scena sensuale sempre di Rym che balla con il ventre che è anche il richiamo del battage pubblicitario. Purtroppo per il protagonista le cose non vanno come vorremmo, ma la vita è anche questo.
Sarebbe bello rivederlo in lingua originale, con la traduzione immagino si sia perso molto visto la prorompenza dei dialoghi, per ora mi accontento del trailer qui sotto.
15.1.08
Viva la cappella di San Brizio
Ad Orvieto d'inverno

Non sembra indicatissimo il periodo invernale per la gitarella fuori porta, ma tant'è che uno fa le gite quando ne ha voglia e non quando ne ha voglia il tempo. Tappa di questa domenica è Orvieto, famosa, consigliatissima, visitabile, rivisitabile. Da Roma in un'ora sei lì quindi puoi partire anche in tarda mattinata, tipo le undici ed arrivare verso mezzogiorno e mezza, con comodo. Orvieto ha un bellissimo centro storico, che in un'ora due, ti giri in toto, poi un'altr'ora e mezza andrebbe "impiegata" nella visita del Duomo. Parliamo proprio del Duomo, che è la meraviglia delle meraviglie. Di questo monumento capolavoro del gotico italico rimaniamo affascinati da due elementi su tutti, la facciata e la cappella di San Brizio. La facciata è famosissima, da vicino fa impressione anche perchè non c'è uno spazio abbastanza grande davanti per osservarla dalla giusta distanza e allora lì dai vicoli di Orvieto vedi un gigante che ti sovrasta. Con tutte quelle statuine, il rosone, i portali, i bassorilievi e i mosaici opera di illustri artisti, su tutti Lorenzo Maitani, il padre della facciata. Ma la cappella di San Brizio e gli affreschi di Luca Signorelli per me sono i primi pensieri associati ad Orvieto. I grandi affreschi laterali sui temi del giudizio universale sono di una maestria e di una modernità inaudita, come primo impatto guardando alcune figure ho pensato ai cartoni animati giapponesi e poi a Michelangelo che da qui pare abbia tratto molti spunti per la Cappella Sistina.
Si paga un biglietto d'ingresso, ma ne vale la pena. Per completare il giro si può passeggiare per le stradine di Corso Cavour cercando un buon ristorantino, un miele o una marmellatina gustosa in uno dei negozi di produzioni locali, o entrare in qualche bottega dei tanti artigiani, o vedersi qualche altra chiesa. Certo che se piove e fa un pò freddo non è il massimo, ma se nel pomeriggio esce un raggio di sole chissà. La gita può terminare con una tappa un pò faticosa, la discesa e risalita dal pozzo di San Patrizio, mirabile opera di ingegneria rinascimentale. E poi possiamo tornare all'ovile pregni di cultura e ristoro.
Non sembra indicatissimo il periodo invernale per la gitarella fuori porta, ma tant'è che uno fa le gite quando ne ha voglia e non quando ne ha voglia il tempo. Tappa di questa domenica è Orvieto, famosa, consigliatissima, visitabile, rivisitabile. Da Roma in un'ora sei lì quindi puoi partire anche in tarda mattinata, tipo le undici ed arrivare verso mezzogiorno e mezza, con comodo. Orvieto ha un bellissimo centro storico, che in un'ora due, ti giri in toto, poi un'altr'ora e mezza andrebbe "impiegata" nella visita del Duomo. Parliamo proprio del Duomo, che è la meraviglia delle meraviglie. Di questo monumento capolavoro del gotico italico rimaniamo affascinati da due elementi su tutti, la facciata e la cappella di San Brizio. La facciata è famosissima, da vicino fa impressione anche perchè non c'è uno spazio abbastanza grande davanti per osservarla dalla giusta distanza e allora lì dai vicoli di Orvieto vedi un gigante che ti sovrasta. Con tutte quelle statuine, il rosone, i portali, i bassorilievi e i mosaici opera di illustri artisti, su tutti Lorenzo Maitani, il padre della facciata. Ma la cappella di San Brizio e gli affreschi di Luca Signorelli per me sono i primi pensieri associati ad Orvieto. I grandi affreschi laterali sui temi del giudizio universale sono di una maestria e di una modernità inaudita, come primo impatto guardando alcune figure ho pensato ai cartoni animati giapponesi e poi a Michelangelo che da qui pare abbia tratto molti spunti per la Cappella Sistina.
fece tutte le istorie de la fine del mondo: invenzione bellissima, bizzarra e capricciosa, per la varietà di vedere tanti angeli, demoni, terremoti, fuochi, ruine e gran parte de' miracoli di Anticristo; dove mostrò la invenzione e la pratica grande ch'egli aveva ne gli ignudi, con molti scorti e belle forme di figure, imaginandosi stranamente il terror di que' giorni. Per il che destò l'animo a tutti quelli che dopo lui son venuti, di far nell'arte le difficultà che si dipingono in seguitar quella maniera
Si paga un biglietto d'ingresso, ma ne vale la pena. Per completare il giro si può passeggiare per le stradine di Corso Cavour cercando un buon ristorantino, un miele o una marmellatina gustosa in uno dei negozi di produzioni locali, o entrare in qualche bottega dei tanti artigiani, o vedersi qualche altra chiesa. Certo che se piove e fa un pò freddo non è il massimo, ma se nel pomeriggio esce un raggio di sole chissà. La gita può terminare con una tappa un pò faticosa, la discesa e risalita dal pozzo di San Patrizio, mirabile opera di ingegneria rinascimentale. E poi possiamo tornare all'ovile pregni di cultura e ristoro.
2.1.08
Stupor Mundi
Federico II di M. Fumagalli Beonio Brocchieri

Perseverando nella mia lentissima ma sempre piu' inesorabile ricerca libri di storia medievale mi sono imbattuto in questa biografia di Federico II edita da Laterza. A proposito della casa editrice barese, la collana di storia medievale è favolosa e a buon prezzo, li comprerei tutti se avessi un pò piu' tempo per leggerli. L'opera della professoressa di storia medievale si aggiunge alle tantissime produzioni che analizzano la vita ed il valore storico del leggendario Federico II di Svevia soprannominato Stupor Mundi". Si prendono in considerazione tutti gli aspetti e le sfaccettature della sua incredibile vicenda, a partire dalla sua nascita a Jesi, figlio di mamma Costanza d'Altavilla e papà Enrico VI di Hohenstaufen, il suo legame con l'Italia meridionale, la sua amata Palermo, il rapporto con il suo "protettore" Innocenzo III, l'ascesa al trono di Svevia dopo la contesa con il potente Ottone di Brunswick. E così di seguito, ma non cronologicamente, bensì per argomento, vengono descritte dettagliatamente le gesta ed il contesto in cui si è mosso Federico. Viene inoltre analizzata la sua sesta crociata, "soft", per l'amicizia con il mondo musulmano, che l'imperatore instaura già nella sua infanzia palermitana e poi la scomunica papale da parte di Gregorio IX. Non mancano ovviamente capitoli dedicati agli aspetti culturali : Federico II ha fondato l'Università di Napoli, la prima "laica" al mondo, ha circondato di poeti, letterati, scienziati, dotti di ogni genere la sua corte, citiamo solo Michele Scoto, Pier Delle Vigne, Jacopo da Lentini. Questi personaggi andrebbero studiati a parte, ciascuno sarebbe degno di un bell'approfondimento, chissà in futuro... Tornando a Federico, egli ha scritto trattati di caccia, di falconeria, ha promulgato le Costituzioni Melfitane, un corpo giuridico avanzatissimo ed inoltre, girando l'Italia se ne può rimanere colpiti, ha lasciato mirabili castelli, dalla Puglia alla Sicilia, alla Campania che solo un grandissimo della storia ha potuto far erigere. Federico II è alla base della cultura moderna del nostro paese. E molto altro, dal figlio che lo rinnega all'altro figlio Enzo, re Enzo se siete stati a Bologna, alle battaglie nel nord Italia, avvincente fino in fondo. Questo libro, infine è una giusta risposta alla mia curiosità nei confronti di una persona così straordinaria e di un periodo storico così strategico. Ottima scelta.
Perseverando nella mia lentissima ma sempre piu' inesorabile ricerca libri di storia medievale mi sono imbattuto in questa biografia di Federico II edita da Laterza. A proposito della casa editrice barese, la collana di storia medievale è favolosa e a buon prezzo, li comprerei tutti se avessi un pò piu' tempo per leggerli. L'opera della professoressa di storia medievale si aggiunge alle tantissime produzioni che analizzano la vita ed il valore storico del leggendario Federico II di Svevia soprannominato Stupor Mundi". Si prendono in considerazione tutti gli aspetti e le sfaccettature della sua incredibile vicenda, a partire dalla sua nascita a Jesi, figlio di mamma Costanza d'Altavilla e papà Enrico VI di Hohenstaufen, il suo legame con l'Italia meridionale, la sua amata Palermo, il rapporto con il suo "protettore" Innocenzo III, l'ascesa al trono di Svevia dopo la contesa con il potente Ottone di Brunswick. E così di seguito, ma non cronologicamente, bensì per argomento, vengono descritte dettagliatamente le gesta ed il contesto in cui si è mosso Federico. Viene inoltre analizzata la sua sesta crociata, "soft", per l'amicizia con il mondo musulmano, che l'imperatore instaura già nella sua infanzia palermitana e poi la scomunica papale da parte di Gregorio IX. Non mancano ovviamente capitoli dedicati agli aspetti culturali : Federico II ha fondato l'Università di Napoli, la prima "laica" al mondo, ha circondato di poeti, letterati, scienziati, dotti di ogni genere la sua corte, citiamo solo Michele Scoto, Pier Delle Vigne, Jacopo da Lentini. Questi personaggi andrebbero studiati a parte, ciascuno sarebbe degno di un bell'approfondimento, chissà in futuro... Tornando a Federico, egli ha scritto trattati di caccia, di falconeria, ha promulgato le Costituzioni Melfitane, un corpo giuridico avanzatissimo ed inoltre, girando l'Italia se ne può rimanere colpiti, ha lasciato mirabili castelli, dalla Puglia alla Sicilia, alla Campania che solo un grandissimo della storia ha potuto far erigere. Federico II è alla base della cultura moderna del nostro paese. E molto altro, dal figlio che lo rinnega all'altro figlio Enzo, re Enzo se siete stati a Bologna, alle battaglie nel nord Italia, avvincente fino in fondo. Questo libro, infine è una giusta risposta alla mia curiosità nei confronti di una persona così straordinaria e di un periodo storico così strategico. Ottima scelta.
29.12.07
Generazione a parte
Paranoid park di Gus Van Sant

Nel periodo che in Italia vanno di moda i teen movie, i film dedicati agli adolescenti, quei filmetti carini modulati a loro misura per fargli credere che debbano ambire ai modelli da amici degli "Amici", c'è qualcuno in America che ce li racconta, questi adolescenti, con i toni crudi e disillusi della realtà. Gus Van Sant, che scoprii, alcuni anni fa, con un film bellissimo, ipnotico, terribile, straziante come "Elephant", torna con Paranoid Park e torna con i suoi giovani, con il college americano a noi familiare per mille film e telefilm, e con gli adulti, assenti protagonisti, fuori dal gioco, lontani, falsi, inutili. Questa volta il nostro eroe si chiama Alex, sedicenne di Portland, appassionato, come molti teenagers americani, ma se ne vedono anche sui nostri marciapiedi, di Skateboard. Alex non è proprio un bullo di periferia, non disdegna frequentarli sì, ma è quasi un bravo ragazzo, ha una bella ragazza , anche se preferisce passare il tempo con Macy, la sua minuscola amica del cuore, e ha dei genitori separati e distanti dalla sua vita. Un evento quasi casuale, non voluto, ma drammatico, lo precipita in una vicenda crudele vissuta tutta interiormente. La camera di Van Sant al solito segue senza partecipazione emotiva, si limita a constatare i fatti, non giudica ma impietosamente ci mette accanto al sofferente alla pari, non dall'alto. Ricorrente elemento e chiave di lettura del film è la ripresa sgranata, al ralenti e insonorizzata che presso Paranoid Park, immortala salti e giravolte degli skateristi. Un mondo ovattato, impenetrabile, un mondo a parte. Dentro questo torpore anche un evento come un omicidio, seppur casuale, è inafferrabile, impalpabile, non può essere vero. Questa è la tremenda sensazione di disagio e di spaesamento che il film ci trasferisce. Che dire? Aspetto con ansia "Milk" l'annunciato prossimo film di Van Sant sul primo politico omosessuale che ha fatto outing. Wil
Nel periodo che in Italia vanno di moda i teen movie, i film dedicati agli adolescenti, quei filmetti carini modulati a loro misura per fargli credere che debbano ambire ai modelli da amici degli "Amici", c'è qualcuno in America che ce li racconta, questi adolescenti, con i toni crudi e disillusi della realtà. Gus Van Sant, che scoprii, alcuni anni fa, con un film bellissimo, ipnotico, terribile, straziante come "Elephant", torna con Paranoid Park e torna con i suoi giovani, con il college americano a noi familiare per mille film e telefilm, e con gli adulti, assenti protagonisti, fuori dal gioco, lontani, falsi, inutili. Questa volta il nostro eroe si chiama Alex, sedicenne di Portland, appassionato, come molti teenagers americani, ma se ne vedono anche sui nostri marciapiedi, di Skateboard. Alex non è proprio un bullo di periferia, non disdegna frequentarli sì, ma è quasi un bravo ragazzo, ha una bella ragazza , anche se preferisce passare il tempo con Macy, la sua minuscola amica del cuore, e ha dei genitori separati e distanti dalla sua vita. Un evento quasi casuale, non voluto, ma drammatico, lo precipita in una vicenda crudele vissuta tutta interiormente. La camera di Van Sant al solito segue senza partecipazione emotiva, si limita a constatare i fatti, non giudica ma impietosamente ci mette accanto al sofferente alla pari, non dall'alto. Ricorrente elemento e chiave di lettura del film è la ripresa sgranata, al ralenti e insonorizzata che presso Paranoid Park, immortala salti e giravolte degli skateristi. Un mondo ovattato, impenetrabile, un mondo a parte. Dentro questo torpore anche un evento come un omicidio, seppur casuale, è inafferrabile, impalpabile, non può essere vero. Questa è la tremenda sensazione di disagio e di spaesamento che il film ci trasferisce. Che dire? Aspetto con ansia "Milk" l'annunciato prossimo film di Van Sant sul primo politico omosessuale che ha fatto outing. Wil
10.12.07
Caserta, via Acquaviva anni'70
Lascia perdere Jhonny di F.Bentivoglio

La colonna sonora mi fischia ancora nelle orecchie, quel tocco così anni '70 della Gibson di Mesolella è come una Madelaine proustiana, per chi ha vissuto la propria gioventu' in quegli anni, non per me ovviamente, che ero ancora un infante. In una psichedelica Caserta, la bellissima città a cui sono molto legato, si svolge il percorso di formazione umano e musicale del giovane protagonista. Commedia per lo piu' brillante, ricca di personaggi fortemente caratterizzati e accentuati come il Tony Servillo direttore d'orchestra o Ernesto Mayeux impresario poco raccomandabile, Valerio Golino la sciampista sognatrice o lo stesso Bentivoglio, musicista donnaiolo, "Lascia perdere, Jhonny" è un film godibile e simpatico, comunque non allineato al solito format del medio cinema italiano. Voglio segnalare alcuni momenti molto riusciti del film a cominciare dalla divertente trasferta a Roccamonfina con la banda, e poi la ben congeniata escursione, (con magico ritorno) a Capri ed infine la nebbia fitta nella piazza duomo (non di Milano). Il finale del film in effetti è un pò inaspettato, c'è un totale cambio di tono e di luogo che potrebbe sconcertare, ma nell'insieme di certo lo aiuta a rimanere nell'alveo del racconto di formazione malinconico, e non sfociare nella divertente macchietta e basta.
Ben-ti-voglio , per la sua prima da regista di lungometraggio, ha scelto un'esperienza, una memoria, non direttamente personale, un ricordo adolescenziale del chitarrista degli Avion Travel, Fausto Mesolella. Negli Avion Travel, Bentivoglio suona spesso il sax, e dagli Avion Travel pesca la chicca di Peppe Servillo che canta rivisitandola "Amore Fermati" di Fred Bongusto il tutto contornata da un divertente quanto improbabile ballerino. Spolverando tra i miei ricordi filmici, alcuni anni fa, Bentivoglio diresse il corto "Tipota" un filmetto stralunato e fantastico mi fece una buona impressione. Nel finale di Johnny, un pò magico e un pò ovattato, si rivede la mano di "Tipota" che credo sia la firma stilistica da ricercare anche nelle opere future. Ma anche se facesse solo l'attore a noi piacerebbe, perchè è bravo. Bel film. Wil
La colonna sonora mi fischia ancora nelle orecchie, quel tocco così anni '70 della Gibson di Mesolella è come una Madelaine proustiana, per chi ha vissuto la propria gioventu' in quegli anni, non per me ovviamente, che ero ancora un infante. In una psichedelica Caserta, la bellissima città a cui sono molto legato, si svolge il percorso di formazione umano e musicale del giovane protagonista. Commedia per lo piu' brillante, ricca di personaggi fortemente caratterizzati e accentuati come il Tony Servillo direttore d'orchestra o Ernesto Mayeux impresario poco raccomandabile, Valerio Golino la sciampista sognatrice o lo stesso Bentivoglio, musicista donnaiolo, "Lascia perdere, Jhonny" è un film godibile e simpatico, comunque non allineato al solito format del medio cinema italiano. Voglio segnalare alcuni momenti molto riusciti del film a cominciare dalla divertente trasferta a Roccamonfina con la banda, e poi la ben congeniata escursione, (con magico ritorno) a Capri ed infine la nebbia fitta nella piazza duomo (non di Milano). Il finale del film in effetti è un pò inaspettato, c'è un totale cambio di tono e di luogo che potrebbe sconcertare, ma nell'insieme di certo lo aiuta a rimanere nell'alveo del racconto di formazione malinconico, e non sfociare nella divertente macchietta e basta.
Ben-ti-voglio , per la sua prima da regista di lungometraggio, ha scelto un'esperienza, una memoria, non direttamente personale, un ricordo adolescenziale del chitarrista degli Avion Travel, Fausto Mesolella. Negli Avion Travel, Bentivoglio suona spesso il sax, e dagli Avion Travel pesca la chicca di Peppe Servillo che canta rivisitandola "Amore Fermati" di Fred Bongusto il tutto contornata da un divertente quanto improbabile ballerino. Spolverando tra i miei ricordi filmici, alcuni anni fa, Bentivoglio diresse il corto "Tipota" un filmetto stralunato e fantastico mi fece una buona impressione. Nel finale di Johnny, un pò magico e un pò ovattato, si rivede la mano di "Tipota" che credo sia la firma stilistica da ricercare anche nelle opere future. Ma anche se facesse solo l'attore a noi piacerebbe, perchè è bravo. Bel film. Wil
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